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Il sussurro delle pietre antiche

Il sussurro delle pietre antiche

Il mondo, per me, era un confine netto tra ciò che è vivo e ciò che è inerte. Gli alberi respiravano, i fiumi scorrevano, ma le pietre… le pietre erano silenzio. O almeno, così credevo. Fu un pomeriggio di pioggia sottile, mentre cercavo riparo sotto il vecchio arco in mattoni all’angolo della mia via, che accadde. La mia mano scivolò sulla superficie ruvida di un mattone consumato dal tempo. Non fu solo il freddo o l’umidità a colpirmi; fu un brivido d’eco, un’onda improvvisa di fatica secolare, il suono lontano di passi svelti e una risata di bambino. La sensazione fu così vivida che ritrassi la mano, quasi scottato. Quell’arco, parte di un muro antico che ignoravo da sempre, aveva sussurrato.
Da quel giorno, le pietre non furono più inerti. Ogni vecchia muraglia, ogni selciato di strada secondaria, ogni ciottolo dimenticato in un cortile dismesso cominciò a chiamarmi. Non con voci udibili, ma con un’insistente vibrazione interiore, una pressione eterea che mi spingeva ad avvicinarmi, a toccare. E quando lo facevo, i sussurri si facevano più chiari: non parole, ma lampi di emozioni. La disperazione di una madre, la gioia di un incontro inatteso, il rumore metallico di antichi mestieri, il calore di un falò spento da secoli. Era come sfogliare un libro senza pagine, scritto con l’anima di chi aveva camminato su quelle stesse pietre.
Ho iniziato a vagare. Non più per strade familiari, ma per itinerari dettati da quella sete di conoscenza pietrosa. Mi sono ritrovato in piazze che la mappa non mostrava più, tra i resti di antiche fondazioni di cui solo le basi sopravvivevano, persino nel buio di una cripta dimenticata sotto una chiesa. La città attorno a me si svelava non come un agglomerato di edifici, ma come un palinsesto infinito di storie, ognuna incisa nelle venature delle sue rocce, in attesa del giusto tocco. La notte, i sussurri sembravano farsi più intensi, come se il silenzio amplificasse le loro voci antiche, e i profili degli edifici, illuminati dalla luna, danzavano con le ombre dei secoli.
Un mattino, fui attratto da un sentiero poco battuto che costeggiava un vecchio corso d’acqua. Portava a una radura dove, al centro, si ergeva un masso imponente, levigato dal tempo e dagli elementi. Sembrava una sentinella di pietra, muta e solitaria. Mentre mi avvicinavo, i sussurri si fecero un coro, non più frammenti ma una melodia complessa, intrisa di un’emozione profonda e familiare, eppure inspiegabile. Appoggiai entrambe le mani sulla sua superficie tiepida.
E allora la melodia si fece chiara. Non era un ricordo di una vita passata, ma l’eco di una promessa. La promessa che un antenato aveva fatto a sé stesso, scolpendo i suoi sogni in quella pietra per tramandarli. Era il suo coraggio, la sua perseveranza, la sua fede in un futuro migliore. E, sorprendentemente, sentii che quella promessa era anche la mia, un desiderio profondo che portavo dentro di me da sempre, ma che non avevo mai osato riconoscere. Quel masso non era solo un custode di storie, ma un amplificatore di intenti.
Mi allontanai dal masso. La città non era più una raccolta di memorie antiche, ma un campo fertile dove nuove promesse potevano germogliare. Le pietre continuavano a sussurrare, ma ora il loro eco era un monito gentile, una guida verso la realizzazione del mio potenziale, intrecciato con il filo invisibile delle generazioni.
Stringo i miei pugni.
E sorrido.
Il sentiero svanisce, dissolvendosi come un sogno all’alba.
E nel silenzio prima del risveglio, una voce lieve mi sussurra: “Il passato c’è. Anche se a volte dorme nelle pietre.”

Corrado Borgh

31 luglio 2025

Racconto di Corrado Borgh @Diritti Riservati

Corrado Borgh
Scritto daCorrado Borgh

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