Il filo dei giorniPercorsi di vita

Ci sono cose che esistono anche quando non riusciamo a vederle

Ci sono cose che esistono anche quando non riusciamo a vederle

Per migliaia di anni gli esseri umani hanno guardato la Luna senza poter sapere che cosa ci fosse dall’altra parte. Ogni sera, quando il cielo era limpido, quella superficie chiara appariva davanti agli occhi mostrando sempre lo stesso volto. Le persone potevano osservare le sue ombre, distinguere le zone più scure, immaginare montagne e pianure, costruire leggende e racconti, ma una parte della Luna rimaneva completamente fuori dalla loro esperienza. Non era lontana nel senso abituale della parola. Era lì, sospesa nel cielo, eppure invisibile. Non c’era modo, semplicemente guardando dalla Terra, di conoscere ciò che si trovava oltre quella superficie che continuava a rivolgersi verso di noi.

Il 7 ottobre 1959 qualcosa cambiò. La sonda sovietica Luna 3 riuscì a fotografare per la prima volta la faccia nascosta della Luna e a trasmettere verso la Terra le immagini ottenute. Quelle fotografie erano molto diverse dalle immagini nitide che oggi possiamo vedere sullo schermo di uno smartphone, ma rappresentavano una scoperta enorme: per la prima volta l’umanità poteva osservare direttamente una parte del nostro satellite che per secoli aveva potuto soltanto immaginare. La cosa che trovo più interessante, però, non è soltanto la conquista tecnologica. È il fatto che quella parte della Luna fosse sempre esistita. Non era comparsa nel momento in cui l’abbiamo fotografata. Era semplicemente diventata visibile ai nostri occhi.

Forse succede qualcosa di molto simile anche nella nostra vita. Ci sono persone che conosciamo da anni e delle quali scopriamo improvvisamente un aspetto che non avevamo mai visto. Ci sono luoghi che abbiamo attraversato decine di volte e che un giorno, per una ragione qualsiasi, ci sembrano completamente diversi. Ci sono situazioni che giudichiamo in un certo modo finché un’esperienza nuova non ci costringe a guardarle da un’altra posizione. E ci sono parti di noi stessi che rimangono nascoste per molto tempo, fino a quando la vita non ci mette davanti a qualcosa che ci permette, o ci obbliga, a conoscerle.

La realtà non è sempre diversa da come pensavamo. A volte siamo semplicemente noi ad avere finalmente trovato il punto dal quale poterla vedere.

Quello che non vediamo non smette di esistere

Nella vita quotidiana tendiamo a dare grande importanza a ciò che abbiamo davanti agli occhi. Ci fidiamo di quello che possiamo osservare, ascoltare, toccare, verificare. È naturale: abbiamo bisogno di riferimenti concreti per orientarci nel mondo. Il problema nasce quando trasformiamo ciò che vediamo in ciò che pensiamo di sapere. Una cosa che non conosciamo direttamente rischia di diventare, nella nostra mente, una cosa che non esiste oppure che non merita attenzione. È un passaggio piccolo, quasi impercettibile, ma può condizionare molto il nostro modo di vivere.

Pensiamo alle persone che incontriamo ogni giorno. Di ciascuna vediamo soltanto una parte. Conosciamo il comportamento che mostra in nostra presenza, ascoltiamo alcune delle sue parole, forse conosciamo qualche episodio della sua vita. Ma dietro quella parte visibile esiste un mondo molto più grande. Una persona può portare dentro di sé una preoccupazione che non racconta, un ricordo che non condivide, una difficoltà che non vuole mostrare, un desiderio che non ha ancora trovato il coraggio di esprimere. Può attraversare una giornata difficile e apparire perfettamente serena. Può sembrare distante quando, in realtà, è soltanto stanca. Può rispondere male senza che quella risposta abbia davvero a che fare con noi.

Eppure quanto facilmente interpretiamo ciò che vediamo come se fosse l’intera verità. Basta un comportamento che non comprendiamo per costruire una spiegazione. Basta un silenzio per immaginare una distanza. Basta una parola pronunciata male per pensare che qualcuno ce l’abbia con noi. Ci dimentichiamo che, proprio come accade con la Luna, quello che abbiamo davanti rappresenta soltanto una parte di qualcosa di molto più grande.

Non significa giustificare tutto o ignorare ciò che accade. Significa soltanto ricordare che vedere una parte non equivale a conoscere il tutto. A volte la cosa più onesta che possiamo fare davanti a una persona è lasciare aperto uno spazio per ciò che ancora non conosciamo.

A volte non dobbiamo guardare meglio, ma da un’altra parte

Ci sono situazioni nelle quali continuiamo a osservare la stessa cosa sempre nello stesso modo, convinti che prima o poi apparirà una risposta. Insistiamo sul nostro punto di vista, ripensiamo agli stessi episodi, cerchiamo nuovi argomenti per confermare quello che già pensiamo. Eppure nulla cambia, perché continuiamo a guardare dalla stessa posizione.

Cambiare prospettiva significa proprio questo: non necessariamente osservare più a lungo, ma provare a spostarsi. Può essere sufficiente ascoltare la versione dell’altra persona senza preparare immediatamente la nostra risposta. Può significare tornare in un luogo dopo molti anni, quando siamo diventati persone diverse. Può voler dire leggere un libro che affronta una questione da un punto di vista lontano dal nostro oppure accettare di trascorrere qualche tempo in una situazione nella quale non ci sentiamo completamente a nostro agio.

Durante una discussione, per esempio, spesso siamo concentrati soprattutto sul desiderio di dimostrare che abbiamo ragione. Conosciamo le nostre motivazioni, ricordiamo quello che è successo e siamo convinti che la nostra interpretazione sia quella corretta. Poi, se riusciamo davvero ad ascoltare, possiamo scoprire che l’altra persona ha vissuto lo stesso episodio in modo completamente diverso. Non significa che la sua versione debba sostituire la nostra. Significa che adesso possediamo un pezzo di realtà che prima non avevamo.

Lo stesso succede con i luoghi. Una città vista soltanto attraverso le sue strade principali racconta una storia diversa da quella che possiamo incontrare entrando nei quartieri meno conosciuti. Una persona incontrata soltanto in un ambiente di lavoro può apparire diversa quando la incontriamo in una situazione familiare. Perfino una casa nella quale abbiamo vissuto per anni può sembrarci nuova quando torniamo dopo molto tempo. La posizione dalla quale osserviamo qualcosa modifica ciò che riusciamo a vedere.

Forse è una delle ragioni per cui viaggiare, anche senza andare molto lontano, può essere utile. Ci costringe a cambiare punto di osservazione.

Quante persone conosciamo davvero?

Ci sono rapporti che durano così a lungo da farci pensare di sapere tutto dell’altra persona. Conosciamo le sue abitudini, sappiamo come reagisce in certe situazioni, riconosciamo il tono della sua voce quando è stanca o preoccupata. Abbiamo condiviso abbastanza tempo da poter prevedere molte delle sue reazioni. E proprio questa familiarità può portarci, qualche volta, a smettere di osservare.

Cominciamo a pensare di sapere già.

È un passaggio naturale, ma può diventare una forma di disattenzione. Quando crediamo di conoscere qualcuno completamente, smettiamo di essere curiosi nei suoi confronti. Non ci chiediamo più che cosa stia vivendo, come sia cambiato, quali pensieri abbia maturato nel frattempo. Continuiamo a rapportarci a un’immagine che abbiamo costruito anni prima, mentre la persona che abbiamo davanti magari è diventata diversa.

La vita, invece, cambia continuamente le persone. Un’esperienza difficile può renderle più forti oppure più fragili. Un incontro può aprire una possibilità che prima non avevano considerato. Un lutto può modificare il loro modo di guardare il tempo. Un nuovo lavoro, un viaggio, una malattia, una responsabilità, una scelta inattesa possono portare alla luce aspetti che fino a quel momento erano rimasti nascosti.

Può capitare così di scoprire una forza in una persona che avevamo sempre considerato fragile, oppure una vulnerabilità in qualcuno che avevamo sempre visto come sicuro. Non significa necessariamente che prima ci fossimo sbagliati. Significa che avevamo visto soltanto una parte.

Forse dovremmo lasciare alle persone la possibilità di sorprenderci. Anche quelle che pensiamo di conoscere meglio.

Anche noi abbiamo parti che non abbiamo ancora scoperto

La stessa considerazione può essere rivolta verso noi stessi. Siamo abituati a raccontarci attraverso alcune caratteristiche che riteniamo abbastanza stabili: siamo pazienti oppure impazienti, coraggiosi oppure prudenti, socievoli oppure riservati, ottimisti oppure pessimisti. Queste definizioni ci aiutano a costruire una certa immagine di noi, ma non raccontano necessariamente tutto quello che siamo.

La vita può sorprenderci proprio quando ci mette davanti a una situazione che non avevamo mai affrontato. Una persona che ha sempre avuto paura di parlare in pubblico può trovarsi un giorno a difendere qualcuno e scoprire di riuscire a farlo. Chi si è sempre considerato incapace di affrontare i cambiamenti può trovarsi costretto a ricominciare e scoprire di avere più risorse di quanto immaginasse. Qualcuno che ha passato anni pensando di non avere una particolare sensibilità può incontrare un’esperienza che lo porta a guardare il mondo con occhi completamente nuovi.

Sono momenti nei quali scopriamo qualcosa di noi che non avevamo mai visto.

Per questo forse non dovremmo essere troppo affezionati alle definizioni che ci siamo dati. Dire “io sono fatto così” può diventare rassicurante, ma può anche impedire di riconoscere ciò che ancora non sappiamo di essere. Non siamo soltanto il risultato delle esperienze che abbiamo già vissuto. Siamo anche la possibilità delle esperienze che non abbiamo ancora incontrato.

La parte nascosta di noi non è necessariamente un mistero profondo. Può essere semplicemente una capacità che non abbiamo mai avuto bisogno di utilizzare, una sensibilità che non avevamo mai ascoltato, un desiderio che non avevamo mai preso sul serio.

A volte serve soltanto una circostanza nuova perché quella parte venga alla luce.

Il tempo ci permette di vedere da più lontano

Ci sono cose che non comprendiamo quando le stiamo vivendo perché siamo troppo vicini. Una difficoltà può occupare tutto il nostro campo visivo. Una delusione può sembrare definitiva. Una scelta sbagliata può apparire come una condanna. In quei momenti è difficile immaginare che, con il tempo, potremmo guardare quella stessa esperienza con occhi completamente diversi.

Poi passano i mesi. A volte gli anni.

La situazione non cambia necessariamente. Cambiamo noi e cambia la distanza dalla quale la osserviamo. Un episodio che sembrava enorme può ridimensionarsi. Un errore può diventare un’esperienza dalla quale abbiamo imparato. Una porta chiusa può essere riletta come l’inizio di un’altra strada. Persino alcune sofferenze, senza perdere la loro importanza, possono assumere un significato diverso quando non siamo più costretti a viverle ogni giorno.

Il tempo non cancella automaticamente ciò che è accaduto, ma può permetterci di inserirlo in un quadro più ampio. È un po’ come quando durante un viaggio ci allontaniamo da una città. Da vicino vediamo incroci, palazzi, semafori, persone che camminano. Allontanandoci, le singole parti cominciano a comporre un paesaggio. Non sono cambiate le strade. È cambiato il nostro punto di osservazione.

Forse alcune esperienze della vita hanno bisogno della stessa distanza. Non dobbiamo necessariamente capire tutto mentre accade. Alcune risposte arrivano soltanto quando abbiamo smesso di essere completamente immersi nella domanda.

Questo non significa aspettare passivamente che il tempo risolva ogni cosa. Significa accettare che non tutte le esperienze possono essere comprese immediatamente e che qualche volta la pazienza è parte stessa della comprensione.

Vedere oltre non significa immaginare quello che vorremmo

C’è però una differenza importante tra cambiare prospettiva e inventare una realtà che non possiamo conoscere. Quando qualcosa rimane nascosto, siamo tentati di riempire quel vuoto con le nostre interpretazioni. Se una persona non ci risponde, immaginiamo il motivo. Se qualcuno appare distante, pensiamo di sapere perché. Se un progetto non sta andando come speravamo, costruiamo spiegazioni prima ancora di avere elementi sufficienti.

In questo modo rischiamo di sostituire ciò che non vediamo con ciò che immaginiamo.

Cambiare prospettiva richiede invece una certa umiltà. Significa riconoscere che esiste una parte della realtà che ancora non conosciamo e che potrebbe essere diversa da quella che abbiamo costruito nella nostra mente. Non dobbiamo necessariamente trovare subito una spiegazione. Possiamo anche restare per un po’ dentro una domanda.

È difficile, soprattutto in un periodo nel quale abbiamo sviluppato l’abitudine di cercare rapidamente informazioni e risposte. Siamo circondati da strumenti che ci permettono di sapere molte cose in pochi secondi. Ma la velocità con cui possiamo ottenere un’informazione non significa che possiamo comprendere altrettanto velocemente una persona, un rapporto o un’esperienza.

Ci sono conoscenze che richiedono tempo, presenza e attenzione.

E forse una delle forme più mature di attenzione consiste proprio nel riuscire a dire: “Non lo so ancora”.

Non è una rinuncia alla conoscenza. È il contrario. Significa lasciare aperta la possibilità di scoprire qualcosa di diverso da ciò che avevamo previsto.

Anche i luoghi hanno un lato che non conosciamo

Questa riflessione riguarda naturalmente anche i luoghi che attraversiamo. Quando arriviamo in una città nuova, spesso cerchiamo immediatamente ciò che abbiamo già visto nelle fotografie, nelle guide o nei racconti di chi è passato prima di noi. È normale: vogliamo riconoscere il luogo che avevamo immaginato.

Ma una città non coincide con i suoi monumenti più famosi.

Ci sono strade secondarie, mercati, cortili, piccoli negozi, giardini, stazioni, quartieri residenziali e bar nei quali la vita scorre senza preoccuparsi di essere fotografata. Sono luoghi che difficilmente compaiono nelle prime pagine delle guide, ma che spesso raccontano qualcosa di più autentico della quotidianità di chi vive lì.

È uno dei motivi per cui mi piace l’idea del viaggio lento. Non perché sia necessario trasformare ogni spostamento in una ricerca filosofica, ma perché rallentare permette semplicemente di vedere di più. Quando non abbiamo fretta di arrivare, possiamo fermarci davanti a una strada che non avevamo programmato, entrare in una piazza nella quale non c’è nessun monumento famoso, sederci qualche minuto e osservare le persone.

A volte scopriamo così che il luogo che cercavamo non era necessariamente quello indicato dalla guida.

Era quello che non avevamo previsto.

E non serve sempre andare lontano per fare questa esperienza. Anche la città nella quale viviamo da anni possiede probabilmente una faccia che non conosciamo. Basta cambiare strada tornando a casa, scendere a una fermata diversa, entrare in un quartiere che attraversiamo soltanto di passaggio.

Ci sono luoghi che diventano invisibili proprio perché li abbiamo troppo vicini.

Imparare a lasciare qualcosa fuori dal nostro sguardo

Forse non dobbiamo pretendere di vedere tutto. È una considerazione che può sembrare strana in un’epoca nella quale abbiamo accesso a una quantità enorme di immagini e informazioni, ma proprio per questo può essere utile.

Non possiamo conoscere ogni cosa. Non possiamo comprendere completamente ogni persona che incontriamo. Non possiamo prevedere ogni conseguenza delle nostre decisioni. E non possiamo guardare contemporaneamente tutti i lati di una situazione.

Accettare questo limite non significa vivere con meno attenzione. Può significare, al contrario, imparare a osservare meglio ciò che abbiamo davanti senza pretendere che rappresenti l’intero mondo.

Quando guardiamo un paesaggio dalla finestra di un treno, per esempio, vediamo soltanto la parte che scorre davanti a noi. Non vediamo la casa dietro la collina, la strada che continua oltre il paese, la persona che in quel momento sta aprendo una finestra dall’altra parte dell’edificio. Eppure non abbiamo bisogno di vedere tutto per riconoscere la ricchezza di ciò che stiamo osservando.

Lo stesso può valere per le persone.

Possiamo voler bene a qualcuno senza conoscere ogni sua parte. Possiamo rispettare ciò che non comprendiamo. Possiamo essere presenti senza pretendere di avere accesso a tutto.

Forse anche questa è una forma di libertà: sapere che il mondo non deve mostrarsi interamente per essere reale.

Quando qualcosa che c’era già diventa finalmente visibile

La cosa più affascinante della storia di Luna 3 rimane, per me, proprio questa: la faccia nascosta della Luna non nacque il giorno in cui venne fotografata. Esisteva da sempre. Quella missione rese semplicemente possibile vederla.

È una differenza piccola nelle parole, ma enorme nel significato.

Quante volte nella nostra vita è accaduto qualcosa di simile? Quante persone abbiamo incontrato senza comprenderne immediatamente l’importanza? Quanti luoghi abbiamo attraversato senza guardarli davvero? Quante possibilità erano già presenti nella nostra vita prima che riuscissimo a riconoscerle? Quante qualità possedevamo già senza aver mai avuto occasione di utilizzarle?

Forse non tutto ciò che scopriamo nasce nel momento della scoperta.

A volte era già lì.

Era una possibilità che aspettava, una persona che non avevamo ancora ascoltato davvero, un sentimento che non avevamo nominato, una strada che non avevamo mai percorso, una parte di noi che non aveva ancora trovato l’occasione di emergere.

Questo pensiero può aiutarci anche nei momenti nei quali abbiamo la sensazione che nella nostra vita non stia succedendo nulla. Non sempre ciò che conta è immediatamente visibile. Alcuni cambiamenti maturano lentamente, alcuni incontri hanno bisogno di tempo, alcune decisioni vengono preparate dentro di noi molto prima di diventare evidenti.

Non tutto quello che esiste nella nostra vita è già illuminato.

Forse dobbiamo soltanto spostarci un po’

La prossima volta che saremo convinti di conoscere perfettamente una persona, potremmo provare a lasciarci un piccolo margine di dubbio. Non un dubbio che metta in discussione tutto, ma quello spazio necessario per ricordare che nessuno coincide completamente con ciò che abbiamo visto di lui fino a quel momento.

Potremmo fare la stessa cosa con un luogo che pensiamo di conoscere, con una situazione che ci sembra già definita, persino con noi stessi. Potremmo chiederci che cosa cambierebbe se osservassimo quella realtà da una posizione diversa, con maggiore distanza oppure con maggiore attenzione. Forse scopriremmo qualcosa di nuovo, oppure semplicemente ci accorgeremmo che avevamo bisogno di fermarci prima di formulare un giudizio.

La faccia nascosta della Luna è sempre esistita, anche quando nessuno sulla Terra poteva vederla. La scoperta non ha creato quella parte del nostro satellite: ha soltanto aperto una finestra su qualcosa che era già presente. E forse molte cose della nostra vita funzionano nello stesso modo. Non devono necessariamente cambiare per essere scoperte. A volte siamo noi che dobbiamo cambiare posizione.

Una persona può essere sempre stata più fragile di quanto immaginassimo. Un luogo può aver avuto per anni un angolo che non avevamo mai notato. Un desiderio può essere rimasto dentro di noi in silenzio molto prima che trovassimo il coraggio di ascoltarlo. Una parte del nostro carattere può essere rimasta nascosta fino al giorno in cui una situazione nuova ci ha costretto a conoscerla.

Non sappiamo quante altre cose ci siano ancora da vedere.

Forse è meglio così.

Perché significa che il mondo, le persone e persino noi stessi non hanno ancora finito di sorprenderci.

E qualche volta, per scoprire ciò che abbiamo sempre avuto davanti, non serve andare più lontano.

Serve soltanto spostarsi un po’.

Corrado Borgh
Scritto daCorrado Borgh

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