
In un tempo accelerato, dove l’effimero si impone sul profondo, incontrare una voce poetica che sceglie la lentezza, l’ascolto e l’intimità è un atto raro. Romina Ludovico, poetessa e artista della parola, ci racconta cosa significa abitare la poesia nel 2025, in un dialogo che è insieme confessione e visione.
- Cosa significa per te essere poetessa oggi, nel 2025?
Essere poetessa nel 2025 vuol dire resistere con dolcezza. In un’epoca dove tutto è veloce, frammentato, rumoroso, la poesia è un atto silenzioso e radicale. È cercare il significato profondo dietro le parole, il tempo dentro al tempo. È custodire l’umano in un mondo sempre più automatizzato. - Come descriveresti la tua poesia a chi non ti conosce?
Le mie poesie sono ferite cucite a mano. Sono intime, fragili, a volte spigolose. Spesso nascono da domande, più che da risposte. Scrivo con una lingua semplice, ma tesa. Cerco sempre di restare fedele alla verità emotiva, anche quando è scomoda. - Cosa significa, secondo te, essere un’artista?
Essere artista vuole dire vivere con uno sguardo che non si accontenta della superficie. È restare vulnerabili e porosi, sentire troppo e trasformare quel troppo in qualcosa che possa appartenere anche agli altri. È un privilegio e una fatica: l’arte ti chiede tutto, ma ti restituisce visione. - Ci regali qualche verso tuo che senti particolarmente vicino?
Certo, eccone uno: - Qual è il rapporto tra sofferenza e creazione artistica, secondo te?
La sofferenza apre delle fessure. Non crea arte da sola, ma scava spazi in cui la bellezza può entrare. Credo che l’arte nasca dalla trasformazione, e la sofferenza è spesso la materia prima di quel processo. Ma anche la gioia, la meraviglia, il desiderio possono essere fonti fertili. - Se guardi alla tua vita finora, che visione hai del tuo percorso?
Ho vissuto molte vite in una sola. Ho avuto momenti di rottura e momenti di grazia. Se guardo indietro, vedo una traiettoria irregolare ma coerente: ogni passo, anche il più doloroso, mi ha portata più vicino a chi sono davvero. Non è un bilancio chiuso, ma un cantiere aperto. - Cosa o chi ti sostiene nel tuo cammino artistico?
Mi supportano le persone che non mi chiedono di spiegarmi. Gli amici che leggono in silenzio, chi mi ama senza condizioni, chi mi ricorda che la voce che ho è abbastanza. E mi supportano anche le poetesse e i poeti prima di me, le loro parole come fari nella notte. - Cosa ti ispira nel processo creativo?
A volte basta una luce di taglio su un muro, una frase sentita di sfuggita, un ricordo che torna con un odore. L’ispirazione per me non è un fulmine, ma una nebbia che si condensa lentamente. Scrivo meglio quando cammino, quando guardo le cose senza volerle capire subito. - Come vivi il rapporto con il pubblico, con chi ti legge?
Con gratitudine e un po’ di timore. Le parole, una volta scritte, non sono più solo tue. Si posano sugli altri come polline, e non sai mai cosa faranno fiorire. Quando qualcuno mi dice che si è sentito visto in una mia poesia, allora so che il mio lavoro ha senso. - Che ruolo ha il silenzio nella tua scrittura?
Fondamentale. Il silenzio è la grammatica invisibile della poesia. Ciò che non dico è spesso più carico di senso di ciò che dico. Scrivere per me è anche ascoltare: alzare l’orecchio interno verso quella soglia dove la parola ancora non è parola. - Ti sei mai sentita incompresa nel tuo percorso artistico?
Sì, molte volte. Ma con il tempo ho capito che l’incomprensione non è un fallimento. È parte del linguaggio della profondità. Non tutto deve essere chiaro subito. Alcune parole devono sedimentare prima di rivelarsi. - Se potessi parlare con la te stessa bambina, cosa le diresti?
Non smettere di osservare il cielo. Anche quando ti diranno che è inutile. Le tue lacrime hanno senso. Il tuo cuore che esplode davanti a un albero è una forza, non una debolezza. Non avere fretta di capire: arriverai dove devi, anche sbagliando strada.
“Ti ho cercato nelle ore vuote,
tra le crepe dei muri e i silenzi dei nomi.
Mi hai risposto con il vento: niente si perde, tutto si trasforma.
Anche l’assenza è una forma di amore.”
Giunti al termine della conversazione ciò che emerge, in conclusione, è che Romina Ludovico ci ricorda che la poesia è ancora necessaria. È un gesto di fiducia nel tempo lento, una forma di cura verso le ferite che ci abitano. Le sue parole non vogliono spiegare, ma attraversare. E ci insegnano che resistere, a volte, può essere un atto estremamente dolce.










Un’intervista che lascia il segno. Romina ha davvero qualcosa da dire, e lo fa con grazia.
Grazie di ❤️ Marco!
Che bello leggere un punto di vista così personale e autentico sull’arte.
Sei dolcissima, grazie… apprezzo il tuo pensiero!
È raro leggere un’intervista così sincera. Complimenti per le domande e per le risposte profonde.
Grazie di cuore Laura per il tuo pensiero…mi fa tanto piacere leggerti!.