
Ci sono libri che raccontano una storia e altri che, invece, sembrano voler aprire una serie di domande. Le Quasi-Poesie… Pensieri e Riflessioni di Antonia Cistulli appartiene, almeno in parte, a questa seconda categoria. Un libro nato dall’esigenza di osservare il nostro tempo, le sue trasformazioni, le sue contraddizioni e quelle domande sull’uomo che diventano sempre più difficili da ignorare.
Antonia Cistulli sceglie inoltre una strada particolare: le sue poesie nascono in italiano, inglese e francese e attraversano più lingue attraverso il lavoro di traduzione. Ma nelle pagine trovano spazio anche temi molto diversi tra loro, dalla comunicazione alla scienza, dal DNA alla Quarta Dimensione, dalla musica alla danza, fino al rapporto tra l’uomo, la tecnologia e il futuro del pianeta.
Ho voluto quindi incontrare Antonia non soltanto per parlare del suo libro, ma soprattutto per conoscere la persona che si trova dietro quelle parole. Per capire che cosa significhi oggi scrivere poesia, perché chiamarla «quasi-poesia» e che cosa accade quando la poesia prova a confrontarsi con un mondo sempre più veloce, tecnologico e difficile da interpretare.
Quella che segue non vuole essere una semplice presentazione del libro. È una conversazione, un percorso tra parole, lingue, pensieri e inquietudini, alla ricerca di ciò che rimane profondamente umano.
| D. | Antonia, prima ancora di parlare del suo libro, vorrei partire da lei. Chi è Antonia Cistulli quando non è davanti a una pagina? Quali sono le esperienze, gli incontri e le curiosità che hanno contribuito a costruire la persona che oggi scrive? |
| R. | Però… che domandona! Farò del mio meglio per essere sintetica, sebbene non sia esattamente semplice perché, come ogni persona, di esperienze – chi più, chi meno – se ne fanno tante. Nel mio caso, avendo vissuto in diversi Paesi e avendo frequentato vari ambienti – professionali, artistici e accademici – proverò a dare una risposta che riesca a rendere l’idea, almeno per sommi capi. Mi spiego meglio, Antonia di oggi è una persona pazzamente innamorata della vita, degli esseri umani, e del nostro pianeta come lo è sempre stata. A ciò si aggiunge un’indole curiosa, analitica, riflessiva e particolarmente attenta a tutto quanto ci circonda. Da qui, l’idea di scrivere un libro come strumento utile per raggiungere chiunque altro che, come me, stia prendendo sul serio lo scempio che si staglia quotidianamente sulla scacchiera mondiale, attraversata da un’ondata inarrestabile di troppe informazioni – spesso manipolatrici, inutili o false generate dall’Impero Hi-Tech – e dall’impatto onnicomprensivo della rivoluzione IT, nonché del relativo corollario.
Facendo un passo indietro, fra le varie passioni coltivate durante l’adolescenza, c’era la fantascienza: non so quanti libri di fantascienza avrò divorato e quanti film e serie di fantascienza avrò visto, perché tale genere di film, o lettura, era un modo per volare con la fantasia. Tuttavia, va da sé, che un conto è intenerirsi vedere dei robotini simpatici e ciarlieri, oppure esaltarsi dinanzi all’Astronave Enterprise, che se ne andava a spasso fra le galassie e altri mondi, ma è tutta un’altra storia constatare che l’insaziabile brama dell’uomo di conquistare lo spazio non si è fermata al suo atterraggio sulla Luna: infatti, c’è già chi ha comprato i biglietti per fare le ferie su Marte… e non aggiungo altro! Chiunque abbia mai visto la celeberrima serie Star Trek, sicuramente rammenterà la parola magica “Attivare”, per teletrasportare i corpi dell’equipaggio della Flotta Stellare in qualsiasi dimensione, sfidando tempo e spazio… tuttavia, ribadisco il concetto, un conto è vedere dei film, o leggere dei libri in cui tutto è possibile… e un altro conto è scoprire che la fantascienza stia diventando – sempre più – scienza applicata e ne siamo i testimoni! Certo, non siamo arrivati ai livelli della Starship Enterprise, ma tutte le Potenze stanno rivaleggiando per potere arrivare per primi a conquistare nuove frontiere spaziali e altri poteri (Cfr. https://www.nationalgeographic.it/arma-spaziale-stati-uniti-sistema-orbitale-pianeta). A prescindere dalle presunte “Guerre orbitali”, si rammenta che chiamerei l’Economia il Settimo Potere – ed è anche il più formidabile! Che la cibernetica, la robotica e tutta la Galassia Hi-Tech generino fatturati da cifre stellari per tutti i prodotti tecnologici è un fatto assodato e, va da sé, che la vendita dei cyborg di ogni genere, ivi compreso quelli per sostituire compagni e compagne “di vita” (in tutti i sensi), fanno gola ai produttori perché producono un fatturato, a dir poco, sbalorditivo che continua a lievitare a vista d’occhio! Seguendo la scia della fantascienza ormai diventata realtà scientifica, ritengo doveroso portare in luce l’allarmante “mind uploading” (frontiera in fase di profonda esplorazione da parte degli scienziati) per “caricare” la mente di chiunque voglia estendere la propria esistenza ad eternam: che sia in un robot, in un ologramma, in un computer, in un qualsiasi sistema futuristico – ed eventualmente – in un altro essere umano. Ma la scienza non si fermai mai e, di conseguenza, intende persino moltiplicare tali cervelli, all’infinito, per consentir loro di intraprendere viaggi intergalattici!!! Altro che fantascienza… qui stiamo rasentando la follia più totale! Ovviamente questo rimane il mio parere prettamente soggettivo e personale, con cui ognuno è libero di dissentire. Ritengo che quanto sopra esposto, possa destare legittime preoccupazioni, non solo a livello personale, ma a livello planetario, poiché– ahimé – quanto preconizzato dai grandi scrittori(che reputo veri profeti), già molti decenni fa, dovrebbe far suonare un campanello d’allarme per tutti. Basterebbe leggere quanto Aldous Huxley pubblicò nel 1932 nel suo libro “Il nuovo mondo” (Brave New World) che parlava di cloni in serie, nonché di un mondo distopico, totalmente alienato e super-controllato da una Elite spietata che vietava persino i sentimenti. Altro grande è Kurt Vonnegut, Jr., noto per la brillante raccolta di racconti brevi nel suo libro “Benvenuta nella gabbia delle scimmie” (Welcome to the Monkey House – 1950-1968) e troppi ce ne sarebbero da aggiungere. Ritengo che il nostro sia un momento storico di particolare complessità in cui si stanno manifestando idee, filosofie e modelli di vita inediti, incoraggiati dalle costanti ricerche dell’Impero IT che propina un’incessante pletora di aggeggi e di “creature” sempre più strane, sempre più avanzante, più alienate e più alienanti, decisamente distopiche e non esattamente innocue come auspicato, dato che sempre più spesso, tali correnti di pensiero caldeggiano stili di vita inediti e disumanizzati al punto tale, da risultare inqualificabili. Sono sempre più convinta che tale circostanza richieda più che mai, non solo la nostra costante attenzione allo svolgimento degli eventi, ma soprattutto che sia necessario un contributo personale e fattivo per smettere, per quanto possibile, di aderire a tutte le proposte apparentemente allettanti di qualsiasi idea, aggeggio, robot senziente, cyborg tuttofare o qualsiasi altro prodotto futuristico che la mostruosa macchina del Marketing Strategico IT continua a rigurgitare per ammaliarvi. Sappiamo che l’unico scopo del Marketing dei giganti dell’Impero IT è quello di irretirvi – infatti il www, altri non è che “World Wide Web” (Rete mondiale) – e, non solo per prendere i vostri soldi, ma per esercitare un controllo sempre più pressante e più efficace a livello individuale, nonché globale! Mi viene in mente un antico augurio erroneamente attribuito agli antichi cinesi (tutt’altro che benevolo, dato lo si augurava ai propri nemici): “Possa tu vivere in tempi interessanti”, dove “interessante” stava a significare un periodo in cui non regnava né la pace, né la prosperità, bensì grandi sconvolgimenti che investivano un Paese e il suo popolo. Questa è la “molla” che ha scatenato l’impellente desiderio di scrivere un libro in cui le anzidette tematiche vengono esaminate in controluce, con il vivo auspicio di sensibilizzare chiunque deciderà di leggerlo. |
| D. | Lei ha scelto di intitolare il suo libro Le Quasi-Poesie… Pensieri e Riflessioni. Quel “quasi” incuriosisce molto. Che cosa c’è in una quasi-poesia che forse non troveremmo in una poesia tradizionale? E perché ha sentito il bisogno di non chiamare semplicemente “poesie” i suoi testi? |
| R. | In questo caso la risposta è molto semplice: 1) non mi reputo una vera poetessa, dato che il mio stile è indubbiamente più giornalistico. Tale stile si evince facilmente, visti gli argomenti affrontati e relativa disamina degli stessi – 2) sono ancor più “quasi-poesie”, perché in alcuni casi, i versi si intrecciano con uno stile dialogico, proprio per creare quell’atmosfera del “fare quattro chiacchiere”, seduti intorno a un tavolino per scambiare idee, per condividere pensieri, riflessioni e magari giungere a conclusioni importanti…! Sicuramente più rilevante – semmai fosse possibile – sarebbe poter trovare delle soluzioni, seppur, data la portata dei soggetti trattati, queste richiederebbero un piano d’azione che non si limiti a livello individuale, ma richiederebbe una vera e propria Rivoluzione dello Spirito, una profonda presa di coscienza a livello mondiale, soprattutto da parte dei Governi e di tutti coloro che hanno la facoltà e il potere di cambiare le cose. |
| D. | Nella presentazione del libro parla di versi nei quali “imperano le regole del caos”, alternati a una scrittura più discorsiva. Il caos, normalmente, viene associato all’assenza di ordine. Nel suo caso può diventare invece una forma di libertà? |
| R. | In realtà, oltre a essermi concessa quella che lei chiama una forma di libertà (generalmente nota come “licenza poetica”), esistono realmente delle regole nel “caos deterministico” in scienza e matematica: concetto tanto affascinante quanto sottile e di non facile descrizione, ma ci provo. Dunque, parrebbe che non essendovi nulla di casuale, (questo non lo dico io ma lo dicono diverse figure autorevoli quali Carl Gustaf Jung, celebre psicologo, David J. Hand, matematico e statistico che ci illumina riguardo a c.d. eventi “straordinari o incredibili”), dato che – secondo la scienza – tali “strani” eventi seguono semplicemente le naturali leggi delle probabilità. Infatti, anche quando qualcosa pare casuale o caotica, alla fin fine si scopre che dietro le quinte, c’è sempre e comunque stato un ordine, una sorta di codice segreto di cui spesso non ci si rende conto fino al risultato finale; tale codice si basa su precise regole geometriche che creano un filo conduttore al presunto caos iniziale. Forse “Serendipity” (un termine inglese simpaticissimo tradotto in italiano con “Serendipità”) è un esempio imperfetto per tentare di descrivere al meglio tale meccanismo e cioè: mentre sto cercando qualcosa, per “puro caso”, ne trovo un’altra che mi serviva ancora di più e che non immaginavo lontanamente di poter trovare, o che avevo del tutto dimenticato. Il parallelismo forse non è perfetto, ma spero di aver reso almeno un po’ l’idea! Ovviamente, nelle “Quasi-Poesie”, il “caos” si evince dallo stile poco ortodosso, e da alcuni versi che magari, introducono un’idea iniziale che poi si dirama e ne accorpa diverse altre e, seppur, talvolta apparentemente avulse dal contesto, alla fin fine, tout se tient, come dicono i francesi, ossia: tutto torna. |
| D. | Lei scrive in italiano, inglese e francese. Quanto cambia un pensiero quando cambia la lingua attraverso la quale viene espresso? E può esistere una poesia davvero identica quando viene trasportata da una lingua all’altra? |
| R. | Questa è certamente una delle domande più interessanti perché va a sondare l’immenso universo linguistico. Certo che cambia il pensiero quando cambi lingua perché si dice che diventi tante persone di quante lingue parli e parlandone diverse, non so se in me abitano diverse persone – ma (perdonerete la battuta…), non essendomi mai stato diagnostico alcun disturbo della personalità – ritengo che nel conoscere un’altra lingua, si moltiplicano molto semplicemente gli orizzonti, perché imparare un’altra lingua, non significa apprendere unicamente nuovi termini, nuove espressioni o nuove sintassi, ma si entra nella mente, nel cuore e nell’anima di un popolo: ciò spalanca automaticamente delle porte inaspettate e quasi magiche. In realtà, parlare un’altra lingua non si limita alla mera comunicazione verbale, ma comprende la gestualità e tante altre sfaccettature. In effetti, chi desidera essere considerata persona grata all’estero, farebbe bene a impararne usi e costumi e almeno un’infarinatura della lingua. Aggiungo che, sebbene vanno di moda i traduttori automatici, molto spesso questi prendono fischi per fiaschi, con il rischio di farvi fare delle pessime figure!
Ogni lingua è un universo da scoprire perché approfondire qualsiasi lingua offre un caleidoscopio di nozioni, di concetti, di principi e di punti di vista che possono essere meravigliosi o scioccanti, e tutto ciò che c’è in mezzo. Vero è che gli esseri umani sono molto più simili di quanto differiscano, ma le differenze ci sono, e sono radicate da millenni di storia che hanno consolidato tradizioni, credi, usanze, cibi, gestualità e quant’altro. Questo è il motivo per cui, quando si viaggia in altri Paesi è importante capire la loro cultura a 360°. Mentre talora ci si incontra, altre volte gli usi e costumi di altri Paesi possono finanche causare scontri importanti e, non è a caso che si dice “traduttore, traditore” perché, in ambito diplomatico, è cosa nota che sarebbe sufficiente un termine interpretato male per scatenare una guerra…! Certo, sebbene questo sia un esempio estremo, tuttavia, le parole hanno una rilevanza imponderabile e, forse il segreto per meno litigi e meno incomprensioni, sarebbe proprio quello di riuscire a comunicare meglio, sempre nel totale rispetto dell’altro. D’altro canto, quello che mi intriga delle varie culture è che, poiché siamo esseri umani, sorprende come in alcune lingue, nonostante le differenze, si riscontrano gli stessi principi, concetti, proverbi e convinzioni: certamente con parole diverse ma il nocciolo rimane invariato. Quello che mi ha sempre affascinato di più, è scoprire che esistono spesso le stesse idee e nozioni espresse nel largo spettro della comunicazione, siano esse nel registro formale, nelle espressioni idiomatiche, nonché nei dialetti e in svariate lingue, talvolta molto distanti fra loro. Detto questo, forse non è facilmente comprensibile, ma in questo caso, le poesie si sono “manifestate” da sole (se si può dire) e ognuna in una lingua diversa. Cioè, viene in mente magari una bellissima frase che esprime un concetto o un senso compiuto (che sia in italiano, inglese, etc.) ed è proprio da lì che poi parte la voglia di continuare a sviluppare tale pensiero o idea. Altro è, dover poi rendere lo stesso concetto in altra lingua! Ragione per cui, tradurre poesie è pressoché impossibile, ma certamente fattibile se si riesce a giocare con la terminologia, pur lasciando “l’anima” del messaggio intatto. Stesso discorso vale per le espressioni idiomatiche e per i proverbi. Alcuni esempi: “L’abito non fa il monaco” in inglese diventa “Don’t judge a book by its cover” (ossia, “non giudicare un libro dalla copertina”). In realtà, il traduttore esperto non traduce mai, ma riscrive il testo con termini ed espressioni comprensibili ai madre lingua. Infatti, tali testi non si chiamano più traduzioni, ma trans-creazioni perché diventano un nuovo testo che reca l’identico messaggio! |
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