
Oggi abbiamo il piacere di incontrare un autore la cui penna affonda le radici nella filosofia e nella ricca cultura sarda. Eder Secci, scrittore e promotore culturale, si è fatto conoscere per la profondità delle sue opere, come il romanzo “Bentornato, Guido”, in cui esplora il lato più intimo e complesso dell’animo umano. In questa conversazione, lo accompagneremo in un viaggio attraverso il suo percorso, la sua visione del mondo e i suoi progetti futuri, compresa l’uscita del suo attesissimo nuovo libro.
Eder, la tua carriera spazia dalla scrittura alla promozione culturale. C’è stato un momento preciso in cui ha capito che la parola, in ogni sua forma, sarebbe stata al centro della sua vita?
Eder Secci: Difficile individuare un momento preciso. La parola e il dialogo hanno sempre in qualche modo permeato ogni mia esperienza. Ma è stato durante gli anni dell’università che ho avuto modo di comprenderne le potenzialità, e maturare la volontà di padroneggiarla per cercare di dare forma ai miei pensieri.
Da cagliaritano a laureato in Scienze Filosofiche: come hanno influito il tuo background sardo e la tua formazione sulla tua scrittura e sulla tua visione del mondo?
Eder Secci: Eder Secci: Pur amando profondamente Cagliari e essendole profondamente grato per tutto ciò che mi ha dato nei primi vent’anni del nuovo millennio, non posso definirmi cagliaritano. Vengo da un paese di nome Ruinas, non troppo lontano dall’entroterra sardo, e ad esso apparterrò sempre,ovunque vada. È proprio a Ruinas che ho sviluppato l’amore per il raccontare. Devi sapere che da noi la gran parte delle esperienze e dei concetti da descrivere vengono associati a degli aneddoti esemplari, spesso realmente accaduti e tramandati di bocca in bocca. Questo metodo comunicativo non si discosta poi tanto dal concetto di mythos Platonico. Quest’ultimo, infatti, conscio dei limiti evocativi delle parole, affidava a racconti esemplari concetti complessi e di difficile descrizione, offrendo all’interlocutore la possibilità di vivere una sorta di esperienza “di seconda mano” che ne garantisse la comprensione. Credo che il veicolare contenuti altrimenti difficilmente rappresentabili possa essere uno degli scopi principali della scrittura narrativa.
Tu sei molto attivo nel promuovere la cultura in territori che non sono al centro dei grandi circuiti. Qual è la tua motivazione principale e come vedi il ruolo della cultura in questo contesto?
Eder Secci: Si è spesso abituati a pensare che, per trovare qualcosa di buono e degno di essere visto o sentito, si debba per forza volgere lo sguardo verso i grandi centri. In realtà non è altro che una mera questione statistica: là dove c’è una maggior concentrazione di persone, per la legge dei grandi numeri, maggiore è la possibilità di trovare talenti degni di nota. Questo atteggiamento però non fa altro che penalizzare la periferia e chi, per un motivo o per l’altro, ad essa appartiene. In questo modo una notevole quantità di talenti, ma soprattutto di significati che questi ultimi potrebbero carpire, rischiano di rimanere inascoltati.
Il tuo primo romanzo, “Bentornato, Guido”, ha per protagonista un giovane cinico. C’è qualcosa di autobiografico nel suo pessimismo?
Eder Secci: Madame Bovary c’est moi! Diceva un certo Flobert. Mentirei se ti dicessi che non c’è una parte di me in questo personaggio. Guido incarna un periodo della mia vita costellato di disillusioni e perdite, dove cinismo e nichilismo sembravano essere l’unica risorsa a cui aggrapparsi per sopravvivere. Ovviamente c’è anche una buona dose di idealizzazione, che permette al personaggio di adottare riflessioni e formulare critiche che sono nate a posteriori.
Il romanzo affronta temi complessi come il nichilismo e il confronto con il dolore. Come hai bilanciato la profondità filosofica con la necessità di una narrazione accessibile?
Eder Secci: Raccontando, come avrei fatto se stessi riportando i fatti a un amico al bar, o a una persona incontrata in strada. Tenendomi debitamente lontano da quei paroloni di cui troppo spesso certi accademici si riempiono la bocca, finendo per trasformare una genuina necessità comunicativa in inutile sfoggio di cultura autoreferenziale e fine a sé stessa.
Il destino sembra giocare un ruolo importante nel libro. Come bilanci l’idea di un destino predeterminato con il libero arbitrio del protagonista?
Eder Secci: Ho imparato a vedere la vita come un intreccio tra necessità e libero arbitrio. Ci sono infinite possibilità di incisione in un disco vuoto, spetta ad ogni individuo creare il proprio pezzo, conscio dei limiti imposti dal tempo e dalla materia. Ogni scelta comporta delle conseguenze, che influenzano non solo la propria esistenza, ma anche quelle di chi ci sta attorno. Allo stesso modo le scelte altrui condizionano ogni singolo. Tutto ciò non fa altro che porre dei limiti alle infinite possibilità di scelta di ognuno, a questi limiti do il nome di destino. Guido agisce al di sopra di questo meccanismo, perché ancora incapace di comprenderlo, e sarà proprio questa ingenuità a condurlo tra le braccia del destino.
Nel volume Contus hai raccolto i tuoi racconti ispirati a tracce della tradizione sarda proposte dal curatore. Cosa ha rappresentato per te prendere parte a un progetto così radicato nella cultura isolana?
Eder Secci: È stata un’esperienza emozionante. Mi ha permesso di confrontarmi con la tradizione orale, di cui quella scritta è in qualche modo figlia, imponendomi di conservare certe atmosfere e salvaguardare la morale di fondo di ogni racconto. Allo stesso tempo ho potuto inserire personaggi e considerazioni tutte mie, facendo ciò che probabilmente ha fatto chiunque li abbia raccontati prima di me. Forse è proprio questo il bello della tradizione orale, si tramandava una traccia, che poi veniva più o meno arricchita a seconda dell’abilità, della fantasia e del background del narratore.
Qual è il tuo rapporto con i personaggi? Li pensi prima nel dettaglio o li scopre man mano che la storia prende forma?
Eder Secci: Molti nascono direttamente sul foglio, in maniera inaspettata, imponendosi, e prendendo molte più pagine di quelle che magari gli avevo riservato in origine. Altri li immagino prima di scriverci su, spesso anche nei dettagli, ma finiscono sempre per sfuggirmi di mano e prendere strade inaspettate. In tutti però c’è di certo un po’ di me.
“La luce in fondo al pozzetto” è il tuo nuovo romanzo. Qual è la storia che ci racconta?
Eder Secci: La storia segue un giovane scarafaggio, Kopro, che vive in una colonia all’interno di un pozzetto. Stanco del sovraffollamento e di una vita monotona, decide improvvisamente di dirigersi nell’unico angolo dove nessuno osa mai mettere piede, quello illuminato da un raggio di luce. Vista la natura lucifuga della specie, ciò appare scandaloso agli occhi di tutti, ad eccezione di un vecchio di nome G, che si offre di guidarlo in un viaggio che metterà in discussione ogni convinzione preesistente.
Il protagonista è un insetto. Perché hai scelto una creatura così insolita per narrare il suo viaggio?
Eder Secci: Tutto è pieno di dei diceva Talete. Allora perché non volgere lo sguardo davvero in basso e affidare il compito del disvelamento a delle creature che normalmente ispirano tutt’altro? L’intento è chiaramente provocatorio, e ha lo scopo di innescare delle riflessioni, portando il lettore in una posizione scomoda, lontano dagli agi del sentirsi umani, e spostando il focus dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo. Nella vita degli insetti, inoltre, ci sono delle dinamiche che ricordano molto quelle umane, in particolar modo nelle azioni eseguite in modo automatico, senza un briciolo di riflessione. Credo inoltre che affidare una voce e un pensiero autonomo a queste creature contribuisca a consolidare l’idea di universalità della ragione.
Il titolo, “La luce in fondo al pozzetto”, ha un’ovvia valenza simbolica. Cosa rappresenta per te questa luce?
Eder Secci: La luce è la vera conoscenza, l’azione disvelante che fa sì che la realtà si manifesti perciò che è, al di là dell’opinione e delle sofisticazioni imposte dal vivere in società. Non a caso è un concetto ricorrente anche nella filosofia platonica. Pensa al mito della caverna, lo schiavo libero dalle catene viene inizialmente accecato dalla luce, che dissolve le ombre scambiate per oggetti reali e al contempo spazza via tutto ciò che intorno ad esse era stato postulato.
Il romanzo è nato come una rubrica radiofonica. Come si è evoluta l’idea fino a diventare un libro?
Eder Secci: Diciamo che è avvenuto tutto in modo naturale, ancor prima di approdare in radio doveva essere una mera serie di post sul mio profilo Facebook, in uscita a cadenze più o meno regolari. Solo dopo è diventata una rubrica, evolvendosi talmente tanto da conquistare la dignità di romanzo.
Che tipo di emozione speri che il lettore provi leggendo questo nuovo lavoro?
Eder Secci: Spero che il lettore si senta un po’ come Kopro. Che possa provare un po’ di quello sgomento tipico di quando si capisce che tutto ciò che fino a quel momento era stato dato per scontato in realtà poggiava su fondamenta tutt’altro che solide. Che possa provare il piacere che deriva da una sana discussione dialettica, e dal camminare “nei pressi del vero” come dice uno dei personaggi che Kopro e G incontrano sul cammino.
Con quale casa editrice avrai l’onore di pubblicare “La luce in fondo al pozzetto”?
Eder Secci: “La luce in fondo al pozzetto” avrà l’onore di essere pubblicato da Meraviglia Editore, una scelta che riflette in pieno la missione del mio libro. Meraviglia è una casa editrice no-profit che nasce con l’obiettivo di promuovere il pensiero critico e affrontare temi di grande rilevanza sociale ed etica. Il loro impegno a rendere la cultura accessibile a tutti e la loro filosofia basata sulla solidarietà, l’ambiente e la giustizia sociale si allineano perfettamente con il messaggio che ho cercato di trasmettere con la mia opera. La loro ricerca di voci emergenti e la volontà di raggiungere i lettori più lontani dai circuiti tradizionali rendono questa collaborazione un’opportunità significativa per me e per il mio libro.
Quando possiamo aspettarci di avere il libro tra le mani? C’è già una data di uscita prevista?
Eder Secci: Al momento non c’è ancora una data precisa, andremo in stampa nella prima parte di settembre, e presto il libro sarà disponibile, inizialmente su Amazon, poi in libreria. Vi aggiornerò appena ci sarà l’uscita ufficiale! sarà disponibile in libreria. Vi aggiornerò appena ci sarà l’uscita ufficiale!
C’è un rituale che segui quando scrivi?
Eder Secci: Spesso avrei voluto replicare quello di Alfieri, e farmi legare alla sedia pur di non cedere all’immensa mole di stimoli esterni che mi bombarda. Credo che in me si verifichi qualcosa di molto vicino al concetto di passione, vivo e mi muovo con i personaggi, testo in qualche modo su di me le loro emozioni, cosa spesso tutt’altro che rilassante. È per questo che, mentre scrivo, amo mettere i notturni di Chopin di sottofondo, riesco a incanalare una parte di quelle emozioni nella musica e salvaguardare la mia integrità.
Il tuo stile è spesso descritto come essenziale e diretto. Come descriveresti il tuo approccio alla scrittura e quali autori ti hanno influenzato?
Eder Secci: Credo sia molto importante cercare di mettere il lettore a proprio agio, fornendo descrizioni esaustive, ma non troppo prolisse, di modo che si possa muovere dentro la trama senza troppi passaggi dal via. Agli inizi ho subito l’influenza principalmente di quattro autori: Italo Calvino e il suo modo di raccontare con naturalezza persino l’innaturale; J.D. Salinger e Il giovane Holden con le sue lunghe riflessioni e i suoi vattelapesca; John Fante, introspettivo autoironico e mai noioso; e Bukowski, diretto, dissacrante, spesso assurdo, ma al contempo capace di cavarsi fuori le viscere e riderci sopra, come lui stesso diceva di Celine.
La tua formazione filosofica ti porta a scrivere in modo introspettivo. Qual è la tua visione sul ruolo della letteratura oggi?
Eder Secci: In Cupe vampe i CSI definivano i libri come “le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri”. Io penso che la letteratura debba farsi carico del pensiero dell’autore e della sua visione del mondo, mettendola a disposizione degli altri. L’esperienza di ognuno può essere per tanti un prezioso alleato in diverse situazioni difficili.
Se potessi dare un consiglio a un giovane scrittore, quale sarebbe?
Eder Secci: Come diceva Bukowski? Non provarci! Citazioni a parte, gli suggerirei di stare lontano dalla scrittura intesa come intrattenimento. La scrittura è un mezzo per la condivisione di contenuti preziosi, non un mero sfoggio di doti narrative.
Qual è, secondo te, la sfida più grande per uno scrittore nell’era digitale?
Eder Secci: In quest’epoca, per fortuna o purtroppo, chiunque può essere qualcosa. Chiunque conosca l’alfabeto può scrivere, o farsi scrivere, un libro, la vera sfida sta nel mantenersi autentici e fare la differenza, dare ai lettori un motivo per farsi leggere nonostante la grossa mole di proposte analoghe.
Quale messaggio finale vuoi lasciare ai tuoi lettori?
Eder Secci: Spero che possiate far vostri i messaggi che lascio dentro ogni cosa che scrivo, e che in qualche modo possano esservi utili in questo viaggio chiamato esistenza.
La tua vita è un mix di creatività e impegno sociale. Come ti immagini tra dieci anni?
Eder Secci: Mi immagino ancora scrittore, spero di tanti altri libri, ma mi accontenterei di finire quelli che ho cominciato e, per un motivo o per l’altro, non ho più preso in mano. Mi immagino mentre cerco di trasmettere la mia passione alle mie figlie, e le esorto a superare, con le loro riflessioni autentiche, le conclusioni a cui sono giunto.
Eder, ti ringrazio per aver condiviso con noi la tua visione e il tuo percorso, che intreccia con eleganza la filosofia, la narrazione e un profondo impegno sociale. Le tue parole ci spingono a guardare oltre l’ovvio e a porci domande importanti. ti auguro il meglio per l’uscita de “La luce in fondo al pozzetto” e per tutti i tuoi progetti futuri.









