
Il 7 settembre 1936, in uno zoo di Hobart, in Tasmania, moriva l’ultimo tilacino conosciuto al mondo. Quell’animale, chiamato comunemente tigre della Tasmania per le caratteristiche strisce sul dorso, apparteneva a una specie che non sarebbe mai più stata vista viva. Per molti anni il tilacino era stato considerato un pericolo, un animale da eliminare. Era stato cacciato, intrappolato e perseguitato. Quando finalmente ci si rese conto che la specie rischiava di scomparire, la protezione arrivò troppo tardi. Il tilacino ottenne lo status di specie protetta appena poche settimane prima della morte dell’ultimo esemplare conosciuto. Da quel momento, ciò che per secoli aveva fatto parte del mondo sarebbe rimasto soltanto nei documenti, nelle fotografie, nei filmati e nei ricordi.
È difficile non fermarsi davanti a una storia come questa e pensare a quanto spesso accada anche nella nostra vita. Naturalmente non possiamo paragonare la scomparsa di una specie alla perdita delle persone o delle cose che appartengono alla nostra esperienza personale. Eppure esiste qualcosa che accomuna molte forme della perdita: la consapevolezza arriva spesso dopo. Ci accorgiamo del valore di qualcosa quando quella cosa non è più davanti a noi. Fino a quel momento ci sembra normale averla. Pensiamo che continuerà a esserci, che avremo ancora tempo per guardarla, ascoltarla, viverla o semplicemente accorgerci della sua presenza.
Forse è proprio questa una delle caratteristiche più strane dell’essere umano. Ci abituiamo facilmente a ciò che abbiamo. Una persona che vediamo ogni giorno diventa parte del paesaggio della nostra vita. Una strada percorsa per anni smette di sorprenderci. La casa nella quale siamo cresciuti ci sembra un luogo destinato a rimanere per sempre. Le abitudini, i gesti e perfino le parole delle persone che ci circondano diventano così familiari da sembrare quasi invisibili. Non perché non abbiano valore, ma proprio perché fanno parte della nostra quotidianità.
Poi qualcosa cambia.
Una persona si allontana. Una casa viene venduta. Un negozio che conoscevamo da sempre chiude. Un quartiere cambia volto. Una voce che ascoltavamo abitualmente smette di accompagnare le nostre giornate. Ed è allora che cominciamo a ricordare particolari ai quali non avevamo mai prestato attenzione. Ci torna in mente il modo in cui quella persona pronunciava una parola, l’odore di una stanza, il rumore di una porta che si apriva, il percorso fatto centinaia di volte senza mai pensare che un giorno avrebbe potuto diventare soltanto un ricordo.
Forse il valore delle cose non cambia quando le perdiamo. Cambia il nostro modo di guardarle.
Finché qualcosa è presente, possiamo permetterci il lusso di rimandare. Possiamo pensare che ci sarà un’altra occasione. Telefoneremo domani. Torneremo in quel luogo un’altra volta. Diremo quella cosa quando arriverà il momento giusto. Passeremo più tempo con quella persona quando saremo meno occupati. La nostra vita è piena di piccoli rinvii che sembrano innocui proprio perché immaginiamo che il tempo davanti a noi sia sempre più grande di quello che abbiamo già vissuto.
Ma il tempo non ci avvisa quasi mai.
Non esiste un momento preciso nel quale sappiamo che stiamo facendo qualcosa per l’ultima volta. Possiamo salutare una persona senza immaginare che quello sarà il nostro ultimo saluto. Possiamo uscire da una casa senza sapere che non torneremo più ad abitarla. Possiamo incontrare un amico e non pensare che la vita, lentamente, ci porterà in direzioni diverse. Facciamo molte cose per l’ultima volta senza accorgercene, perché nessuno ci consegna un calendario nel quale sono segnati gli ultimi giorni.
Forse è anche per questo che il passato, quando lo guardiamo da lontano, ci appare diverso. Non ricordiamo soltanto gli avvenimenti importanti. Ricordiamo cose che, mentre accadevano, non avevano nulla di straordinario. Una cena qualunque. Una vacanza che allora ci sembrava normale. Una domenica trascorsa con persone che oggi non possiamo più incontrare. Un’estate della nostra giovinezza che non sapevamo sarebbe diventata così importante nei nostri ricordi.
La nostalgia nasce spesso da qui.
Non desideriamo soltanto ciò che abbiamo perduto. Desideriamo anche la persona che eravamo quando quella cosa faceva ancora parte della nostra vita.
Quando torniamo con la mente a un luogo della nostra infanzia, non cerchiamo semplicemente una strada o una casa. Cerchiamo il tempo che abbiamo trascorso lì. Cerchiamo le persone che eravamo allora, le speranze che avevamo, le paure che ci sembravano enormi e che oggi guardiamo con una certa tenerezza. I luoghi conservano una parte della nostra storia, anche quando cambiano o scompaiono.
Forse per questo ci dispiace tanto vedere trasformarsi le città nelle quali abbiamo vissuto.
Un edificio viene abbattuto e al suo posto ne nasce un altro. Un vecchio cinema chiude. Un piccolo negozio lascia spazio a qualcosa di nuovo. Dal punto di vista della città tutto continua normalmente. Le strade restano nello stesso posto, le persone continuano a camminare e la vita prosegue. Ma per qualcuno quella trasformazione rappresenta la perdita di un pezzo di passato.
Non è sempre facile spiegare agli altri perché una cosa apparentemente insignificante possa mancarci così tanto.
Come si può spiegare la nostalgia per un bar che non esiste più? Per una panchina che è stata sostituita? Per il rumore di un vecchio tram? Per un negozio nel quale non compravamo nulla da anni? Il valore di queste cose non dipende soltanto dalla loro utilità. Dipende dalla parte che hanno avuto nella nostra storia.
Forse ogni persona vive circondata da un piccolo museo invisibile.
Dentro di noi conserviamo luoghi, volti, parole e oggetti che per gli altri non significano nulla. Una vecchia fotografia può riportarci improvvisamente in un giorno lontano. Una canzone ascoltata per caso può farci tornare a un periodo della nostra vita. Perfino un odore può risvegliare ricordi che pensavamo di aver dimenticato.
Sono cose che non possiamo toccare, ma che continuano a esistere.
Eppure non tutto può essere conservato.
Questa è probabilmente una delle verità più difficili da accettare. Possiamo fotografare i luoghi, registrare le voci, conservare gli oggetti e scrivere i nostri ricordi. Possiamo cercare di trattenere il passato in molti modi. Ma non possiamo impedire al tempo di trasformare ciò che conosciamo.
Le persone cambiano.
Le città cambiano.
Noi stessi cambiamo.
Forse il problema non è che le cose finiscano. Il problema è che spesso ce ne accorgiamo troppo tardi.
La storia del tilacino è particolarmente dolorosa proprio per questo. Per anni la sua presenza fu considerata un problema. Venne cacciato e perseguitato fino a diventare sempre più raro. Quando finalmente arrivarono le misure di protezione, la popolazione era ormai ridotta a tal punto che non fu possibile invertire il destino della specie. La sua scomparsa è diventata uno dei simboli più conosciuti dell’estinzione provocata dalle attività umane.
Naturalmente non possiamo tornare indietro.
Questa è forse la parte più difficile di ogni perdita. Arriva sempre un momento nel quale comprendiamo che non esiste più la possibilità di fare diversamente. Possiamo ripensare a ciò che avremmo potuto dire, ai giorni che avremmo potuto vivere meglio, alle occasioni che abbiamo lasciato passare. Ma il passato non cambia.
Possiamo soltanto cambiare il modo in cui viviamo ciò che abbiamo ancora.
Forse questa è la domanda più importante che una storia come quella del tilacino può lasciarci. Che cosa stiamo dando per scontato oggi? Quali sono le persone, i luoghi e le abitudini che consideriamo così normali da non riuscire più a vederne il valore?
Probabilmente ciascuno di noi avrebbe una risposta diversa.
Potrebbe essere una persona che incontriamo spesso e alla quale non diciamo mai quanto sia importante per noi. Potrebbe essere un genitore che continuiamo a considerare come una presenza stabile, senza pensare che anche il tempo della sua vita sta scorrendo insieme al nostro. Potrebbe essere un amico che non chiamiamo da mesi perché siamo convinti che il rapporto riprenderà esattamente da dove lo abbiamo lasciato.
Potrebbe essere la nostra salute.
Potrebbe essere il tempo.
Potrebbe essere persino una normale giornata senza problemi.
Ci sono cose alle quali attribuiamo valore soltanto quando cominciano a mancare. Ci accorgiamo dell’importanza della salute quando il corpo ci costringe a fermarci. Comprendiamo il valore del tempo quando scopriamo di averne meno di quanto immaginavamo. Sentiamo la mancanza della tranquillità quando attraversiamo un periodo difficile.
Forse dovremmo imparare a essere grati anche prima.
Non quella gratitudine generica che qualche volta pronunciamo quasi per abitudine. Una gratitudine più concreta, fatta della capacità di osservare ciò che abbiamo davanti. Accorgerci di una persona mentre è ancora accanto a noi. Guardare un luogo sapendo che non è eterno. Ascoltare una voce senza dare per scontato che potremo sentirla per sempre.
Non significa vivere nella paura di perdere tutto.
Sarebbe impossibile e probabilmente ci impedirebbe di vivere con serenità. Non possiamo trascorrere ogni giornata pensando continuamente alla fine delle cose. Ma possiamo ricordarci, ogni tanto, che ciò che oggi consideriamo normale potrebbe non esserlo per sempre.
Questa consapevolezza non dovrebbe renderci tristi.
Dovrebbe renderci più presenti.
Forse il segreto non consiste nel cercare di trattenere tutto. Non possiamo farlo. Possiamo però imparare a vivere con maggiore attenzione ciò che attraversa la nostra vita. Possiamo ascoltare davvero quando qualcuno ci parla. Possiamo smettere di rimandare quella telefonata che continuiamo a prometterci di fare. Possiamo tornare in un luogo che amiamo senza aspettare un’occasione speciale.
Possiamo dire grazie.
Possiamo chiedere scusa.
Possiamo dire a qualcuno che gli vogliamo bene.
Sono gesti semplici, e proprio per questo li rimandiamo facilmente. Pensiamo che le persone sappiano già ciò che proviamo. Immaginiamo che avremo sempre un’altra occasione per esprimerlo. Ma alcune parole, quando arrivano troppo tardi, non possono più raggiungere la persona alla quale erano destinate.
Forse non dobbiamo aspettare di perdere qualcosa per riconoscerne il valore.
Questa potrebbe essere una delle lezioni più importanti che possiamo imparare dal tempo. Il presente non è meno prezioso perché lo viviamo ogni giorno. Una cosa non deve diventare rara per essere importante. Una persona non deve allontanarsi perché sentiamo il bisogno di dedicarle attenzione.
Abbiamo una strana tendenza a credere che ciò che è sempre disponibile non possa finire.
Eppure basta guardare indietro per capire quante cose sono già cambiate.
Le persone che frequentavamo dieci anni fa non sono tutte ancora nella nostra vita. I luoghi nei quali trascorrevamo il nostro tempo potrebbero essere completamente diversi. Alcune abitudini che allora sembravano normali sono scomparse senza che ci accorgessimo del momento preciso nel quale abbiamo smesso di praticarle.
La vita cambia lentamente.
Ed è proprio questa lentezza a renderci difficile riconoscere il cambiamento.
Non ci svegliamo una mattina e scopriamo improvvisamente che tutto è diverso. Più spesso le trasformazioni avvengono un giorno alla volta. Una persona si fa sentire un po’ meno spesso. Un luogo comincia lentamente a cambiare. Un rapporto perde qualcosa senza che riusciamo a stabilire esattamente quando è iniziata la distanza.
Poi, un giorno, guardiamo indietro.
Ed è allora che ci rendiamo conto che qualcosa non c’è più.
Forse dovremmo imparare a guardare anche avanti, ma non nel senso di cercare continuamente ciò che verrà. Guardare avanti potrebbe significare chiederci quali sono le cose che un giorno potremmo rimpiangere di non aver vissuto abbastanza.
Forse rimpiangeremo il tempo trascorso a preoccuparci troppo.
Forse rimpiangeremo le telefonate che non abbiamo fatto.
Forse ci mancheranno proprio quelle giornate normali che oggi ci sembrano tutte uguali.
E allora potremmo provare a vivere diversamente quelle che abbiamo ancora davanti.
Non servono grandi cambiamenti. Non dobbiamo trasformare ogni giorno in qualcosa di memorabile. La vita continuerebbe comunque a essere fatta di lavoro, impegni, problemi e momenti nei quali siamo semplicemente stanchi.
Ma possiamo esserci un po’ di più.
Possiamo guardare con maggiore attenzione.
Possiamo smettere di considerare tutto garantito.
Il 7 settembre 1936 moriva l’ultimo tilacino conosciuto. Per il mondo fu la fine di una specie che non sarebbe mai più tornata. Oggi, quasi un secolo dopo, quella storia continua a ricordarci qualcosa che riguarda anche noi: ci sono perdite che avremmo potuto evitare se avessimo capito prima il valore di ciò che avevamo.
Non possiamo cambiare il passato.
Non possiamo riportare indietro le persone, i luoghi e i momenti che abbiamo perduto.
Ma possiamo fare qualcosa con il presente.
Possiamo imparare a non aspettare l’assenza per riconoscere una presenza.
Forse è questo il modo migliore per ricordare ciò che abbiamo perduto. Non soltanto conservandone la memoria, ma imparando a prenderci più cura di ciò che abbiamo ancora. Perché molte delle cose che oggi consideriamo normali stanno già diventando, senza che ce ne accorgiamo, i ricordi che un giorno vorremmo poter rivivere.
E forse dovremmo pensarci adesso, mentre sono ancora qui.
Mentre le persone possono ancora rispondere al telefono.
Mentre possiamo ancora tornare in certi luoghi.
Mentre alcune parole possono ancora essere dette.
Prima che il tempo trasformi tutto in qualcosa che possiamo soltanto ricordare.
Perché ci sono cose che comprendiamo davvero soltanto quando non ci sono più. Ma forse la vera saggezza consiste nell’imparare a riconoscerne il valore quando sono ancora davanti ai nostri occhi.









