Futuro sostenibile

Sostenibilità quotidiana: da dove possiamo cominciare davvero

Sostenibilità quotidiana: da dove possiamo cominciare davvero

Quando la sostenibilità entra nelle nostre giornate

Ci sono mattine in cui la sostenibilità sembra una parola enorme. La incontriamo nei discorsi sul clima, nelle notizie dedicate all’ambiente, nelle immagini di ghiacciai che cambiano, nelle discussioni sull’energia, sulla plastica, sulla mobilità e sul futuro delle città. Poi, qualche ora dopo, ci troviamo davanti al frigorifero di casa, scegliamo cosa mettere nel carrello della spesa, accendiamo una luce, ordiniamo qualcosa online o decidiamo se andare a piedi oppure prendere l’automobile. Ed è proprio lì, in quella distanza apparentemente insignificante tra i grandi problemi del pianeta e le piccole decisioni di ogni giorno, che la sostenibilità può diventare qualcosa di concreto.

Parlare di sostenibilità quotidiana significa allora spostare lo sguardo. Non per ridurre la complessità dei problemi ambientali, ma per riportare alcune scelte alla dimensione nella quale possiamo realmente intervenire. Non abbiamo il controllo sulle decisioni delle grandi aziende o sulle politiche energetiche di un Paese, ma possiamo scegliere quanto acquistare, quanto sprecare, cosa riparare, come spostarci quando ne abbiamo la possibilità e quale rapporto costruire con gli oggetti che entrano nelle nostre case.

Il punto di partenza non deve essere la perfezione. Anzi, forse la perfezione è proprio uno degli ostacoli più grandi. Se pensiamo che per vivere in modo sostenibile dovremmo cambiare immediatamente ogni nostra abitudine, il rischio è sentirci inadeguati e rinunciare prima ancora di cominciare. Una trasformazione più interessante può nascere invece da una domanda molto semplice: che cosa posso cambiare davvero, nella mia vita di tutti i giorni, senza trasformare la sostenibilità in un’altra fonte di pressione?

Cominciare da ciò che facciamo senza pensarci

Le nostre giornate sono costruite soprattutto da automatismi. Apriamo il rubinetto mentre ci laviamo i denti, lasciamo accesa una luce perché sappiamo che torneremo nella stanza, compriamo un prodotto perché è sempre quello che abbiamo acquistato, buttiamo un oggetto perché sembra più semplice sostituirlo che capire se possa essere riparato. Sono comportamenti talmente abituali da diventare quasi invisibili.

Eppure proprio gli automatismi rappresentano un buon punto di partenza. Non è necessario rivoluzionare la propria vita da un giorno all’altro. Possiamo semplicemente iniziare a osservare. Quanto cibo finisce nella spazzatura ogni settimana? Quanti prodotti acquistiamo senza averne realmente bisogno? Quante volte scegliamo l’automobile per percorsi che potremmo affrontare a piedi o con i mezzi pubblici? Quanti apparecchi restano inutilmente accesi o collegati? Quanti vestiti utilizziamo soltanto poche volte?

Osservare non significa giudicarsi. Significa rendere visibile ciò che prima non notavamo. È una differenza importante, perché la sostenibilità non dovrebbe trasformarsi in una gara morale tra chi è più virtuoso e chi lo è meno. Una persona può avere un’abitudine molto attenta all’ambiente e contemporaneamente conservarne altre poco sostenibili. Può accadere a tutti. La vita reale è fatta di compromessi, esigenze, possibilità economiche, tempi di lavoro, distanze e situazioni familiari diverse.

Per questo è più utile chiedersi dove esiste un margine di miglioramento personale. Se, per esempio, ci accorgiamo di acquistare troppi alimenti che poi non consumiamo, possiamo cominciare dalla spesa. Se ci rendiamo conto che utilizziamo l’automobile anche per tragitti brevi, possiamo scegliere uno o due spostamenti settimanali diversi. Se abbiamo l’abitudine di sostituire rapidamente gli oggetti, possiamo provare a ripararne uno prima di comprarne un altro.

Sono cambiamenti piccoli, ma hanno una caratteristica importante: possono diventare abitudini. E una buona abitudine, quando smette di richiedere uno sforzo continuo, entra naturalmente nella nostra vita.

La spesa come piccolo esercizio di consapevolezza

Il supermercato è uno dei luoghi nei quali la sostenibilità quotidiana diventa particolarmente concreta. Davanti agli scaffali, infatti, non scegliamo soltanto cosa mangiare o quale prodotto utilizzare. Decidiamo anche, almeno in parte, quale tipo di consumo vogliamo sostenere.

Non significa che ogni acquisto debba diventare un’analisi interminabile di etichette, materiali, provenienze e certificazioni. Sarebbe impossibile e probabilmente controproducente. Possiamo però sviluppare alcune semplici domande da portare con noi. Mi serve davvero? Posso acquistare una quantità più adatta alle mie necessità? Esiste un’alternativa con meno imballaggi? Posso scegliere un prodotto che utilizzerò fino in fondo invece di uno destinato a essere dimenticato in fondo a un mobile?

Anche il cibo offre moltissime possibilità. Pianificare meglio i pasti può ridurre gli sprechi senza rendere la cucina più complicata. Controllare ciò che abbiamo già in casa prima di fare la spesa evita di acquistare prodotti che possediamo già. Imparare a utilizzare gli avanzi può trasformare una necessità in creatività. Una verdura rimasta in frigorifero può diventare una zuppa, un condimento, una frittata o un contorno diverso da quello immaginato inizialmente.

Questa attenzione produce un effetto interessante: ci porta a consumare non necessariamente meno in senso assoluto, ma meglio. La differenza è sostanziale. La sostenibilità non coincide con una vita priva di acquisti o di comodità. Riguarda piuttosto la relazione che instauriamo con ciò che acquistiamo.

Lo stesso vale per gli oggetti. Un prodotto economico che dura pochissimo può sembrare conveniente soltanto nel momento dell’acquisto. Se deve essere sostituito frequentemente, il suo costo reale aumenta e aumentano anche materiali, trasporti, imballaggi e rifiuti. Al contrario, scegliere quando possibile oggetti resistenti, riparabili o riutilizzabili significa attribuire un valore maggiore alla loro durata.

È un piccolo cambio di prospettiva: non domandarsi soltanto quanto costa qualcosa, ma anche quanto a lungo potrà accompagnarci.

Una casa più sostenibile senza trasformarla in un laboratorio

La casa è un altro luogo nel quale possiamo intervenire con gradualità. Non sempre servono grandi investimenti o tecnologie sofisticate. Molto spesso la prima forma di sostenibilità domestica consiste nell’utilizzare meglio ciò che già possediamo.

Pensiamo all’energia. Spegnere le luci inutilizzate, evitare di lasciare apparecchi accesi senza necessità, utilizzare in modo più consapevole riscaldamento e climatizzazione e scegliere, quando è possibile, elettrodomestici efficienti sono azioni semplici. Nessuna di queste, presa singolarmente, cambierà il destino del pianeta. Ma una casa nella quale molte piccole attenzioni diventano normali può ridurre sprechi e consumi nel tempo.

Anche l’acqua merita la stessa attenzione. Aprire il rubinetto e lasciare scorrere l’acqua mentre facciamo altro è un gesto quasi automatico. Interrompere quel flusso quando non serve richiede pochissimo. Lo stesso vale per docce troppo lunghe, lavatrici avviate a mezzo carico quando possiamo evitarlo o acqua utilizzata una sola volta e poi dimenticata.

La sostenibilità domestica, tuttavia, non dovrebbe diventare un esercizio di rinuncia permanente. Una casa sostenibile può essere anche confortevole, bella e accogliente. Anzi, spesso le due cose possono coincidere. Una buona illuminazione naturale, una casa organizzata in modo da utilizzare meglio gli spazi, oggetti scelti con attenzione e una maggiore presenza di materiali durevoli possono migliorare contemporaneamente il rapporto con l’ambiente e quello con il luogo nel quale viviamo.

C’è poi una dimensione meno visibile ma altrettanto importante: la manutenzione. Prendersi cura di un elettrodomestico, di un mobile, di una bicicletta, di un paio di scarpe o di un capo d’abbigliamento significa allungarne la vita. In una cultura abituata alla sostituzione rapida, la manutenzione può sembrare quasi un gesto fuori dal tempo. In realtà rappresenta una forma molto concreta di rispetto per le risorse già utilizzate per produrre quell’oggetto.

Prima di chiederci che cosa comprare, potremmo quindi imparare a chiederci che cosa possiamo ancora utilizzare.

Muoversi diversamente quando è possibile

La mobilità è uno degli ambiti nei quali le nostre abitudini incontrano direttamente la qualità degli spazi in cui viviamo. Nelle città, ogni spostamento produce una conseguenza sul traffico, sull’aria, sul rumore e sul tempo che trascorriamo negli spostamenti.

Naturalmente non tutti hanno le stesse possibilità. Chi abita lontano dal luogo di lavoro, chi deve accompagnare bambini o persone anziane, chi vive in zone poco servite dai trasporti pubblici o chi svolge un lavoro che richiede necessariamente l’automobile non può applicare la stessa soluzione di chi vive vicino a una fermata della metropolitana.

Per questo anche la sostenibilità della mobilità dovrebbe partire dalla possibilità concreta e non dal senso di colpa. Non si tratta di eliminare l’automobile dalla propria vita a ogni costo, ma di chiedersi quando sia realmente indispensabile. Un percorso breve può diventare una passeggiata. Un appuntamento può essere raggiunto con i mezzi pubblici. Una commissione può essere abbinata a un’altra, evitando un viaggio aggiuntivo.

C’è inoltre un beneficio che spesso dimentichiamo: muoversi in modo diverso significa anche guardare diversamente la propria città. A piedi vediamo negozi, cortili, alberi, persone e dettagli che dall’automobile scorrono troppo velocemente. La bicicletta modifica la percezione delle distanze. Il trasporto pubblico può diventare uno spazio di osservazione, lettura o semplice pausa.

In questo senso, una scelta sostenibile può restituirci qualcosa che non avevamo previsto. Non soltanto meno consumo di risorse, ma anche più attenzione al luogo nel quale viviamo.

Riparare, riutilizzare, condividere

Per molto tempo siamo stati abituati a considerare gli oggetti quasi esclusivamente attraverso la loro funzione immediata. Quando qualcosa smette di funzionare, la domanda più comune è: quanto costa sostituirlo? Una domanda diversa potrebbe essere: è davvero necessario sostituirlo?

Riparare un oggetto significa interrompere per un momento la logica dell’usa e getta. Non sempre conviene economicamente, naturalmente, e non tutto può essere riparato. Ma quando è possibile, la riparazione prolunga la vita di un bene e riduce la necessità di produrne uno nuovo.

Lo stesso principio può essere applicato al riuso. Un vestito che non indossiamo più può essere ceduto a qualcun altro. Un libro già letto può continuare il suo viaggio. Un mobile può cambiare funzione. Un contenitore può avere una seconda vita. Un oggetto dimenticato in un armadio può diventare utile per un’altra persona.

Qui entra in gioco anche la condivisione, che rappresenta una delle forme più interessanti di economia circolare. Non tutto ciò che utilizziamo deve necessariamente appartenere a una sola persona. Alcuni strumenti possono essere condivisi tra vicini, amici o familiari. Pensiamo a oggetti utilizzati raramente: una scala, un trapano, alcune attrezzature per il giardinaggio o determinati utensili. Possederli individualmente può avere senso in alcuni casi, ma in altri la condivisione permette di utilizzare meglio risorse che altrimenti resterebbero ferme per gran parte del tempo.

La stessa logica vale per i libri, e forse è proprio qui che la sostenibilità assume una dimensione particolarmente bella. Un libro letto da una persona può diventare un libro ancora vivo nelle mani di un’altra. La sua utilità non termina con la prima lettura. Continua attraverso il passaggio, la scoperta e la condivisione.

Ridurre gli sprechi, allora, non significa soltanto buttare meno. Significa imparare a vedere il valore residuo delle cose.

La sostenibilità non deve diventare una gara alla perfezione

C’è un rischio che accompagna ogni discorso sulla sostenibilità: trasformare una buona intenzione in una nuova forma di perfezionismo. Dobbiamo mangiare in un certo modo, acquistare soltanto determinati prodotti, evitare determinati materiali, muoverci esclusivamente in un certo modo, ridurre ogni consumo e fare sempre la scelta migliore.

Un modello di questo tipo può essere difficile da sostenere nel lungo periodo. Inoltre rischia di creare una contrapposizione inutile tra persone che hanno possibilità molto diverse.

La sostenibilità quotidiana ha bisogno invece di realismo. Una famiglia numerosa non vive le stesse condizioni di una persona che vive sola. Chi dispone di un buon sistema di trasporto pubblico ha possibilità diverse da chi abita in una zona isolata. Chi può permettersi un prodotto più costoso e durevole si trova in una situazione differente rispetto a chi deve necessariamente fare attenzione a ogni euro.

Per questo non dovremmo misurare l’impegno soltanto attraverso la quantità di rinunce. Una scelta sostenibile deve, quando possibile, essere compatibile con la vita reale. Deve poter essere ripetuta, non soltanto compiuta una volta.

Forse la domanda più utile non è quindi «quanto sono sostenibile?», ma «quale spreco posso ridurre questa settimana?». La prima domanda porta facilmente al giudizio. La seconda invita all’azione.

Anche un cambiamento modesto può diventare significativo se rimane nel tempo. Una sola borraccia utilizzata per anni non sembra una rivoluzione, così come una singola riparazione o qualche spostamento in meno in automobile. Ma la sostenibilità non è fatta soltanto di gesti spettacolari. È fatta soprattutto di comportamenti ripetuti.

Ed è proprio la ripetizione a trasformare una scelta individuale in una cultura.

Dal gesto personale alla cultura condivisa

Una delle trasformazioni più interessanti avviene quando una buona abitudine smette di appartenere soltanto alla sfera privata e diventa contagiosa nel senso migliore del termine. Un bambino che vede separare correttamente i rifiuti impara un comportamento. Un collega che nota che qualcuno utilizza sempre la stessa borraccia può iniziare a fare lo stesso. Un condominio che organizza uno spazio per il riuso può trasformare un’abitudine individuale in una pratica collettiva.

La sostenibilità cresce quando diventa normale.

Per questo anche parlare delle proprie esperienze può essere utile, purché lo si faccia senza trasformarle in lezioni. Raccontare che abbiamo iniziato a comprare meno, riparare di più, utilizzare meglio gli avanzi o scegliere un mezzo di trasporto diverso può offrire a qualcun altro un’idea concreta. Non serve dire che quella è l’unica strada. È sufficiente mostrare che una strada esiste.

Le comunità possono fare molto. Un quartiere può organizzare iniziative di scambio, mercatini del riuso, giornate di pulizia, orti condivisi, biblioteche degli oggetti o semplicemente occasioni per conoscersi e collaborare. Una scuola può insegnare il valore delle risorse non soltanto attraverso la teoria, ma attraverso esperienze pratiche. Un luogo di lavoro può ridurre alcuni sprechi e incoraggiare comportamenti più consapevoli.

La dimensione collettiva è fondamentale perché libera la sostenibilità dal peso della responsabilità esclusivamente individuale. Non possiamo pensare che il futuro dipenda soltanto da milioni di singole persone che cercano di compensare, attraverso le proprie abitudini, sistemi produttivi e infrastrutture che devono necessariamente evolvere.

Il gesto personale conta, ma conta ancora di più quando contribuisce a creare una domanda sociale. Quando molte persone iniziano a preferire prodotti durevoli, servizi più responsabili, mobilità più efficiente o sistemi di riuso, anche il mercato e le istituzioni sono chiamati a rispondere.

La sostenibilità, a quel punto, smette di essere soltanto una scelta privata e diventa una direzione culturale.

Una nuova idea di benessere

Forse, alla fine, il tema della sostenibilità ci chiede anche di ripensare cosa intendiamo per benessere. Per molto tempo abbiamo associato il vivere bene alla possibilità di avere sempre qualcosa in più: più oggetti, più velocità, più consumo, più disponibilità immediata.

Ma una vita piena non coincide necessariamente con una vita che accumula.

Possiamo trovare benessere in una casa nella quale gli oggetti sono pochi ma scelti con attenzione, in un pasto preparato senza sprecare, in una passeggiata invece di un breve viaggio in automobile, in un libro passato a un’altra persona, in un abito utilizzato per molti anni, in una giornata nella quale non abbiamo comprato nulla ma abbiamo avuto il tempo di fare qualcosa che ci piace.

Questo non significa idealizzare la semplicità. La tecnologia, il consumo e il progresso hanno migliorato concretamente la vita di milioni di persone. Il problema non è il progresso in sé, ma la sua identificazione automatica con un aumento continuo del consumo.

Una società sostenibile non dovrebbe chiedere alle persone di tornare indietro. Dovrebbe aiutarle a vivere meglio utilizzando le risorse in modo più intelligente.

È una differenza fondamentale. Se la sostenibilità viene percepita soltanto come sacrificio, sarà difficile renderla desiderabile. Se invece riusciamo a collegarla alla qualità della vita, alla salute delle città, alla bellezza degli spazi, alla riduzione degli sprechi, alla cura delle cose e alla possibilità di lasciare qualcosa di buono a chi verrà dopo di noi, allora può diventare una parte naturale del nostro modo di vivere.

Il futuro comincia dalle abitudini che scegliamo di conservare

Forse non esiste un momento preciso nel quale possiamo dire di aver iniziato a vivere in modo sostenibile. Non c’è una soglia da attraversare, né un certificato che stabilisca quando siamo diventati abbastanza attenti all’ambiente. Esistono piuttosto molte piccole decisioni che, sommate nel tempo, raccontano il rapporto che abbiamo scelto di costruire con ciò che ci circonda.

Possiamo iniziare dal frigorifero, dalla spesa, dalla luce lasciata accesa, dal viaggio breve fatto in automobile, dalla maglietta che stavamo per buttare, dall’oggetto che forse può essere riparato. Possiamo cominciare da una sola abitudine e lasciarle il tempo di diventare naturale. Poi, quando quella scelta non richiederà più attenzione, potremo guardarne un’altra.

La sostenibilità quotidiana non ha bisogno di persone perfette. Ha bisogno di persone disposte a osservare, modificare qualcosa e continuare a imparare. Ha bisogno di aziende che progettino meglio, istituzioni che creino condizioni favorevoli, città che rendano più semplici le scelte responsabili e cittadini capaci di chiedere cambiamenti senza dimenticare la propria parte.

Forse il punto non è nemmeno domandarci quanto possiamo fare per salvare il pianeta. Una domanda così grande può lasciare senza parole. Possiamo invece chiederci quale rapporto vogliamo avere con le cose che utilizziamo, con il cibo che consumiamo, con l’energia che impieghiamo, con i luoghi nei quali viviamo e con le persone che verranno dopo di noi.

Da questa domanda possono nascere gesti semplici. Alcuni resteranno piccoli. Altri diventeranno abitudini, poi comportamenti condivisi e forse, un giorno, qualcosa di più grande.

Il futuro sostenibile non arriva tutto insieme. Si costruisce anche attraverso ciò che decidiamo di non sprecare, di riparare, di condividere e di conservare. E forse cominciare davvero significa proprio questo: non aspettare di poter cambiare tutto, ma scegliere con attenzione che cosa possiamo cambiare adesso.

Gaia Radice
Scritto daGaia Radice
Gaia Radice scrive di scelte quotidiane e responsabilità. I suoi articoli mostrano come vivere in modo più sostenibile senza perdere equilibrio, partendo da ciò che è possibile oggi.

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