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L’orologio senza lancette

L'orologio senza lancette

Il mio mondo era fatto di ingranaggi e di molle, di ticchettii regolari e di precisione millimetrica. Mi chiamo Lorenzo, e sono un orologiaio. Ho ereditato il laboratorio di mio nonno, un luogo in cui il tempo non scorreva, ma veniva meticolosamente smontato, pulito, oliato e rimesso insieme. L’odore era un miscuglio di olio per meccanismi e polvere di ottone, un profumo che mi era familiare quanto quello del pane appena sfornato. La storia, per me, non era altro che una sequenza di lancette che si muovevano su un quadrante. Il mio compito era conservare il tempo, non sentirlo.
Ma tutto questo cambiò un pomeriggio, nel silenzio metallico del mio laboratorio, un luogo così ordinato che l’unico rumore era quello della mia pinzetta che afferrava un minuscolo rubino. Stavo lavorando a una pendola del Settecento, e la mia attenzione era tutta rivolta a un piccolo scatto irregolare. Fu mentre cercavo il giusto ingranaggio, in un cassetto dimenticato, che lo trovai. Era un antico orologio da taschino, il vetro era incrinato come un ghiacciaio, e non aveva lancette. Non era un oggetto di valore, ma i segni sul suo metallo erano come le cicatrici di un’esistenza. Quando lo presi in mano, non sentii il peso del tempo, ma qualcos’altro. Fu un’eco, un suono che non doveva essere lì: il brusio gioioso di una folla in una piazza affollata. Una sensazione così vivida che ritrassi la mano, quasi folgorato. Quel carillon, un tempo solo un oggetto inerte, aveva sussurrato.
Da quel giorno, l’orologio divenne la mia bussola. Ogni volta che lo toccavo, un nuovo senso si risvegliava. Non erano suoni, ma frammenti di vite, lampi di emozioni. Sentivo il calore di una mano che lo stringeva in una notte gelida, la freschezza dell’aria marina su un ponte di nave, il profumo di lavanda di un’intera biblioteca. Era come sfogliare un album di foto senza immagini, scritte con il battito del cuore di chi aveva tenuto tra le mani quel metallo freddo.
Ho iniziato a vagare. Non più tra gli scaffali familiari del mio laboratorio, ma attraverso i secoli, seguendo itinerari dettati da quella sete di conoscenza sensoriale. Mi sono ritrovato in una sala da ballo del XIX secolo, immerso nel vortice di valzer, e nel buio di una trincea, dove il rumore era l’unica consolazione. Il tempo attorno a me si svelava non come una linea retta, ma come un palinsesto infinito di momenti, ognuno inciso nel metallo dell’orologio, in attesa che la giusta mano lo risvegliasse. La notte, i suoni sembravano farsi più intensi, come se il silenzio amplificasse le loro voci antiche, e i profili degli orologi, illuminati dalla luna, danzavano con le ombre dei secoli.
Un mattino, fui attratto da un sentiero poco battuto che costeggiava una fila di cassetti dimenticati. Portava a un’apertura dove, al centro, giaceva l’orologio da taschino, una sentinella di metallo, muta e solitaria. Mentre mi avvicinavo, i suoni si fecero un coro, non più frammenti ma una melodia complessa, intrisa di un’emozione profonda e familiare, eppure inspiegabile. Appoggiai entrambe le mani sull’oggetto tiepido.
E allora la melodia si fece chiara. Non era un ricordo di una vita passata, ma l’eco di una promessa. La promessa che un anonimo orologiaio aveva fatto a sé stesso, incidendo i suoi sogni tra gli ingranaggi per tramandarli. Era il suo coraggio, la sua perseveranza, la sua fede in un futuro migliore. E, sorprendentemente, sentii che quella promessa era anche la mia, un desiderio profondo che portavo dentro di me da sempre, ma che non avevo mai osato riconoscere. Quell’orologio non era solo un custode di storie, ma un amplificatore di intenti.
Mi allontanai dall’orologio. Gli ingranaggi non erano più una raccolta di meccanismi antichi, ma un campo fertile dove nuove promesse potevano germogliare. I suoni continuavano a sussurrare, ma ora il loro eco era un monito gentile, una guida verso la realizzazione del mio potenziale, intrecciato con il filo invisibile delle generazioni.
Stringo i miei pugni.
E sorrido.
Il sentiero svanisce, dissolvendosi come un sogno all’alba.
E nel silenzio prima del risveglio, una voce lieve mi sussurra: “Il tempo è solo una scatola. Scegli tu cosa metterci dentro.”

Corrado Borgh

2 agosto 2025

Racconto di Corrado Borgh @Diritti Riservati

Corrado Borgh
Scritto daCorrado Borgh

1 commento

  • Questa storia è un viaggio incredibile. L’idea che un oggetto possa custodire così tante vite mi ha emozionato.

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