Crescita personaleIl filo dei giorni

Il coraggio di alzarsi da terra

Il coraggio di alzarsi da terra

Il 19 settembre 1783, nel cortile della reggia di Versailles, accadde qualcosa che fino a poco tempo prima poteva sembrare impossibile. I fratelli Joseph e Étienne Montgolfier presentarono il loro pallone ad aria calda davanti a Luigi XVI e a una grande folla. Per prudenza, nella cesta furono sistemati tre passeggeri molto particolari: una pecora, un’anatra e un gallo. Il pallone si alzò fino a circa 600 metri, percorse alcuni chilometri e tornò a terra senza conseguenze per i suoi passeggeri. Era il primo volo aerostatico della storia e apriva concretamente la strada al volo umano, che sarebbe arrivato poche settimane dopo.

A guardarla oggi, quella scena potrebbe quasi far sorridere. Un grande pallone di stoffa, una cesta, tre animali e una folla che osserva qualcosa che sembra appartenere più all’immaginazione che alla realtà. Eppure proprio in quella scena c’è qualcosa che riguarda ancora noi. Prima di ogni grande cambiamento esiste quasi sempre un momento in cui qualcuno guarda ciò che tutti conoscono e immagina che possa esistere qualcosa di diverso. Prima del primo passo c’è un pensiero. Prima di una partenza c’è un desiderio. Prima di riuscire ad andare oltre un limite c’è qualcuno che, almeno per un momento, decide di non considerare quel limite definitivo.

Forse è questo il significato più interessante di quella mongolfiera. Non il volo in sé, non la curiosità tecnica, non la meraviglia di una macchina capace di staccarsi dal suolo. Il punto è proprio quel distacco. Per la prima volta, qualcosa costruito dall’uomo riusciva a fare ciò che sembrava appartenere soltanto agli uccelli: lasciare la terra. E la terra, in fondo, rappresenta molte cose. È sicurezza, familiarità, abitudine, concretezza. È ciò che conosciamo e che sappiamo gestire. Ma può diventare anche il luogo nel quale restiamo fermi semplicemente perché ci siamo abituati a starci.

Ci sono momenti della vita in cui sentiamo di avere bisogno di alzarci da terra. Non necessariamente in senso fisico, naturalmente. A volte significa cambiare prospettiva. Guardare una situazione dall’alto invece di continuare a osservarla da dentro. Prendere una distanza da una preoccupazione. Uscire, almeno per qualche tempo, da un’abitudine che ci impedisce di capire che cosa desideriamo davvero. Significa smettere di confondere ciò che conosciamo con ciò che ci fa bene e ciò che ci fa paura con ciò che è impossibile.

La difficoltà è che la terra rassicura. La conosciamo. Sappiamo dove mettere i piedi. Conosciamo le strade, gli ostacoli, gli angoli, persino le imperfezioni. Quando siamo a terra possiamo controllare molto di più ciò che accade. Quando ci alziamo, invece, perdiamo una parte di quella certezza. Da lassù il paesaggio cambia. Le distanze sembrano diverse. Le cose che prima apparivano enormi possono diventare piccole. Quelle che non riuscivamo a vedere possono comparire davanti ai nostri occhi. È una delle ragioni per cui cambiare prospettiva può essere tanto difficile quanto necessario.

A volte non ci manca la possibilità di cambiare. Ci manca il coraggio di provarci.

Questa differenza è importante. Possiamo avere davanti a noi una porta e continuare a non attraversarla. Possiamo sapere che una situazione non ci appartiene più e restare comunque dentro di essa. Possiamo desiderare una nuova strada e continuare a percorrere quella vecchia soltanto perché la conosciamo meglio. Non sempre la paura nasce dal rischio reale. Molto spesso nasce dalla perdita del controllo. Ci chiediamo che cosa succederà dopo, se saremo capaci di affrontarlo, se avremo fatto la scelta giusta. E così rimandiamo.

Il problema del rimandare è che può diventare una forma silenziosa di immobilità. Non accade nulla di drammatico. Non c’è una grande decisione sbagliata. Semplicemente continuiamo a vivere come prima. Giorno dopo giorno, la familiarità prende il posto della scelta. E quando ce ne accorgiamo, può essere passato molto tempo.

I fratelli Montgolfier non potevano sapere esattamente che cosa sarebbe successo quando il loro pallone si sarebbe staccato dal suolo. Potevano fare esperimenti, osservare, correggere, costruire, provare ancora. Ma non potevano eliminare completamente l’incertezza. Ogni innovazione nasce anche da una parte di ignoto. Il primo volo umano non era la certezza di un risultato: era un tentativo reso possibile dalla preparazione e dalla disponibilità a verificare ciò che fino a quel momento apparteneva alla teoria e all’immaginazione. La dimostrazione del 19 settembre fu un passaggio decisivo verso il primo volo umano del 21 novembre, quando Pilâtre de Rozier si alzò in volo da Versailles.

Anche nella nostra vita funziona spesso così. Aspettiamo di sentirci completamente pronti prima di cambiare, ma quel momento potrebbe non arrivare mai. Vorremmo avere tutte le risposte prima di porci una domanda importante. Vorremmo conoscere il percorso prima di cominciare a camminare. Vorremmo essere certi che una scelta sia quella giusta prima di compierla. Ma la vita non ci offre quasi mai questo tipo di garanzia.

Possiamo prepararci. Possiamo ascoltare. Possiamo riflettere. Possiamo chiedere consiglio. Possiamo considerare le conseguenze. Ma a un certo punto dobbiamo comunque scegliere se restare a terra oppure provare ad alzarci.

Questo non significa che ogni cambiamento sia positivo e che ogni partenza meriti di essere compiuta. Sarebbe una semplificazione pericolosa. A volte restare è la scelta più coraggiosa. A volte aspettare è necessario. A volte bisogna riconoscere che un desiderio non è ancora maturo oppure che una direzione non è quella giusta. Il coraggio non coincide con l’impulsività. Non consiste nel buttarsi nel vuoto senza guardare dove si mette il piede. Il coraggio autentico può avere anche un ritmo lento, fatto di preparazione, dubbi e piccoli passi.

Alzarsi da terra non significa perdere il contatto con la realtà. Significa, semmai, riuscire a guardarla da una posizione diversa.

Forse è questo che ci serve in molte situazioni quotidiane. Quando siamo immersi in un problema, tutto sembra enorme. Una discussione diventa una frattura definitiva. Un errore diventa la dimostrazione che non siamo capaci. Un’occasione perduta sembra l’unica occasione che avremo mai. Una giornata difficile sembra assomigliare a tutte quelle che verranno. Ma quando riusciamo a prendere distanza, qualcosa cambia. Non necessariamente cambia la realtà, ma cambia il modo in cui la guardiamo.

E spesso è proprio da lì che comincia una possibilità.

Alzarsi da terra può voler dire smettere di definirci attraverso un errore. Può significare non lasciare che una delusione decida il nostro futuro. Può voler dire accettare che una persona abbia scelto di allontanarsi senza trasformare quella perdita nella misura del nostro valore. Può essere anche il gesto semplice di ricominciare a fare qualcosa che abbiamo abbandonato per troppo tempo.

Non sempre servono grandi rivoluzioni. A volte basta una piccola deviazione.

Cambiare una strada per tornare a casa. Leggere un libro diverso. Imparare qualcosa che non pensavamo ci interessasse. Telefonare a una persona che non sentiamo da tempo. Riprendere una passione lasciata in sospeso. Dire finalmente una cosa che abbiamo tenuto dentro. Concederci la possibilità di non essere più la persona che eravamo qualche anno prima.

Anche questo è volare, in un certo senso.

Ci hanno insegnato a pensare al volo come a qualcosa che porta lontano. Ma non sempre abbiamo bisogno di andare lontano. A volte abbiamo bisogno di vedere meglio ciò che abbiamo vicino. La distanza può essere interiore. Possiamo rimanere nella stessa casa, nello stesso quartiere, nella stessa città e cambiare profondamente il nostro modo di stare nel mondo.

Ci sono persone che trascorrono anni aspettando una grande occasione per cambiare vita, quando forse la trasformazione comincia molto prima, in una decisione quasi invisibile. Il giorno in cui smettono di rimproverarsi continuamente. Il giorno in cui riconoscono di avere ancora un desiderio. Il giorno in cui accettano di non poter controllare tutto. Il giorno in cui comprendono che il futuro non deve necessariamente essere una ripetizione del passato.

È curioso come spesso pensiamo al coraggio come a qualcosa di rumoroso. Immaginiamo gesti straordinari, grandi partenze, decisioni radicali. In realtà, molte delle forme più profonde di coraggio sono silenziose. Nessuno le vede. Nessuno le applaude. Appartengono alla parte più privata della nostra vita.

Il coraggio può essere alzarsi una mattina e decidere di provarci ancora.

Può essere guardarsi allo specchio senza continuare a giudicarsi per ciò che non si è diventati. Può essere accettare la propria età senza considerarla una sentenza. Può essere imparare qualcosa di nuovo quando pensiamo che ormai sia troppo tardi. Può essere riconoscere che abbiamo ancora spazio per cambiare, anche quando la nostra vita sembra già completamente definita.

Forse abbiamo un’idea troppo rigida del tempo. Pensiamo che ogni cosa debba accadere nel momento giusto, secondo una sequenza precisa. Studio, lavoro, famiglia, successo, stabilità, riposo. Ma la vita reale non segue necessariamente questo ordine. Ci sono persone che trovano una passione a vent’anni e altre che la incontrano a sessanta. Ci sono persone che cambiano professione quando tutti si aspettano che si fermino. Ci sono persone che ricominciano dopo una perdita, una separazione, un fallimento o semplicemente dopo essersi accorte di non riconoscersi più nella vita che conducevano.

Non esiste un’età perfetta per alzarsi da terra.

Esiste il momento in cui comprendiamo che restare immobili ci costa più del rischio di muoverci.

Naturalmente il cambiamento porta con sé una componente di paura. E forse dovremmo smettere di considerare la paura come un segnale che ci ordina sempre di fermarci. La paura può essere anche una compagna. Ci ricorda che ciò che stiamo facendo conta. Ci chiede attenzione. Ci invita a non sottovalutare le conseguenze. Ma non dovrebbe avere automaticamente l’ultima parola.

Possiamo avere paura e andare avanti lo stesso.

Questa è una delle forme più concrete del coraggio. Non l’assenza di paura, ma la capacità di non consegnarle completamente le nostre decisioni.

La mongolfiera dei Montgolfier era tutt’altro che perfetta. Il pallone aveva una struttura complessa per l’epoca e durante il volo riportò anche uno strappo, ma riuscì a scendere lentamente e ad atterrare dopo aver percorso circa 3,5 chilometri. Gli animali erano vivi. L’esperimento aveva funzionato abbastanza da dimostrare che qualcosa di apparentemente impossibile poteva diventare reale.

Mi piace pensare proprio a quel “abbastanza”.

Non tutto deve essere perfetto per essere importante.

Quante volte rinunciamo a qualcosa perché immaginiamo che debba essere fatto nel modo migliore possibile? Aspettiamo il momento ideale, le condizioni ideali, le competenze ideali, la sicurezza ideale. Intanto il tempo passa. Forse dovremmo imparare a riconoscere il valore dei tentativi imperfetti. Un primo passo non deve essere elegante. Un nuovo progetto non deve nascere già completo. Un cambiamento non deve essere immediatamente risolutivo.

Può semplicemente essere l’inizio.

Anche nella scrittura accade qualcosa di simile. Una pagina bianca può sembrare immensa finché non compare la prima frase. Dopo quella frase ne arriva un’altra, poi un’altra ancora. Alla fine non abbiamo necessariamente scritto ciò che immaginavamo all’inizio, ma abbiamo creato qualcosa che prima non esisteva. Il movimento produce possibilità.

Forse è questa una delle lezioni più semplici che possiamo trarre dal volo: alcune cose diventano possibili soltanto dopo che abbiamo cominciato a farle.

Prima di partire, la strada non esiste ancora davvero. Esiste come possibilità. Prima di scrivere, il racconto è soltanto nella nostra mente. Prima di cambiare, la nuova vita è soltanto un’ipotesi. Prima di parlare, quella verità è soltanto dentro di noi.

Poi facciamo qualcosa.

E il possibile comincia lentamente a diventare reale.

Il 19 settembre 1783, a Versailles, una folla guardò qualcosa sollevarsi davanti ai propri occhi. Quel volo durò poco. Il pallone salì, viaggiò e tornò a terra. Eppure quel breve viaggio ebbe un significato enorme perché dimostrò che il cielo poteva diventare uno spazio raggiungibile. La storia del volo umano avrebbe preso forma da lì a poco.

Anche i nostri piccoli cambiamenti possono avere conseguenze che non riusciamo a prevedere.

Una decisione presa oggi può modificare una relazione tra qualche mese. Un incontro casuale può aprire una strada inattesa. Un libro può cambiare una domanda che ci portiamo dentro da anni. Un viaggio può farci guardare diversamente il luogo in cui viviamo. Una parola ricevuta nel momento giusto può rimanere con noi per molto tempo.

Non sappiamo mai completamente dove andrà a finire ciò che iniziamo.

Ed è proprio questo che rende difficile cominciare.

Ma forse il futuro non ci chiede di conoscerlo. Ci chiede soltanto di essere disponibili a incontrarlo.

A volte pensiamo che per cambiare dobbiamo lasciare tutto. Non è sempre così. Possiamo portarci dietro molte cose. Le persone che amiamo, i ricordi, gli errori, le esperienze, ciò che abbiamo imparato. Cambiare non significa cancellare il passato. Significa smettere di permettere che il passato stabilisca da solo ciò che possiamo diventare.

Una mongolfiera, per poter salire, deve lasciare la terra. Ma non deve dimenticare da dove è partita.

Forse anche noi abbiamo bisogno di questa leggerezza. Non quella superficiale di chi non prende nulla sul serio, ma quella più difficile di chi ha imparato a non portare tutto sulle proprie spalle. Alcuni pesi appartengono davvero alla nostra storia e meritano di essere accolti. Altri, invece, continuiamo a portarli soltanto perché abbiamo dimenticato che possiamo posarli.

Una vecchia colpa. Una paura ereditata. Il giudizio di qualcuno. L’idea di non essere abbastanza. Un fallimento che continuiamo a raccontarci. Una versione di noi stessi che ormai non esiste più.

Forse ogni tanto dovremmo chiederci che cosa stiamo portando con noi soltanto per abitudine.

E che cosa, invece, merita davvero di continuare il viaggio.

Alzarsi da terra significa anche questo: scegliere che cosa portare e che cosa lasciare.

Non è necessario trasformare ogni giornata in una sfida. Non dobbiamo vivere continuamente alla ricerca di qualcosa di nuovo. La stabilità ha un valore enorme e non tutto ciò che conosciamo deve essere abbandonato. Ci sono radici che ci fanno bene, luoghi nei quali torniamo volentieri, persone che rappresentano casa, abitudini che ci danno equilibrio.

Il cambiamento non è una fuga dalla vita che abbiamo.

Può essere un modo per abitarla più consapevolmente.

Forse, allora, il vero coraggio non consiste nell’andare sempre più lontano. Consiste nel capire quando è arrivato il momento di cambiare altezza, prospettiva, direzione. A volte dobbiamo restare. A volte dobbiamo partire. A volte dobbiamo semplicemente sollevare lo sguardo.

E può bastare quello.

Perché quando cambiamo punto di osservazione, anche ciò che sembrava immutabile può assumere una forma diversa. La città che attraversiamo ogni giorno può rivelare un dettaglio mai notato. Una persona che credevamo di conoscere può mostrarci una parte nuova di sé. Un problema può diventare più piccolo. Un desiderio può tornare a farsi sentire.

Non sempre abbiamo bisogno di una risposta.

A volte abbiamo bisogno di un’altra prospettiva.

Il 19 settembre può quindi diventare, nel filo dei nostri giorni, una piccola occasione per ricordare che nessuno è obbligato a restare per sempre alla stessa altezza. Possiamo imparare, cambiare, correggerci, ricominciare. Possiamo scoprire che una convinzione che ci sembrava definitiva era soltanto una convinzione. Possiamo accorgerci che il limite che avevamo davanti non era un muro, ma una soglia.

E forse il momento più importante non è quello in cui finalmente ci alziamo da terra.

È quello precedente.

Quello in cui guardiamo verso l’alto e, per la prima volta, ci permettiamo di pensare che potremmo farlo.

Non sappiamo quanto durerà il volo. Non sappiamo dove atterreremo. Non sappiamo se il percorso sarà quello che avevamo immaginato. Ma possiamo cominciare a costruire ciò che ci permetterà di sollevarci.

A volte la vita non ci chiede di avere le ali.

Ci chiede soltanto di smettere di credere che siamo destinati a restare sempre con i piedi nello stesso punto.

Corrado Borgh
Scritto daCorrado Borgh

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