
L’aria fredda dell’alba le pizzicava il naso. Sofia era seduta su una panchina consumata dal vento salmastro, osservando il porto addormentato. Era una pittrice, o almeno lo era stata. Il suo cavalletto, un tempo compagno inseparabile, era rimasto chiuso in casa da mesi, un fantasma di legno e tela che la ammoniva in silenzio. Il blocco creativo l’aveva svuotata di ogni colore, lasciando solo un grigio piatto, quello del suo umore e di quel mare agitato che non riusciva a dipingere.
Aveva perso la direzione, la fiducia, il pennello che era stato il suo strumento per leggere il mondo. Ogni mattina si svegliava con la speranza di ritrovare l’entusiasmo, ma l’alba recava con sé solo il ricordo di ciò che non riusciva più a essere.
Quando il primo raggio di sole, un filo sottile di luce arancione, spezzò l’orizzonte, Sofia si sentì quasi accecata. Quel confine tra l’oscurità e la luce, così nitido, così potente, le sembrò una linea di demarcazione tra due esistenze: quella che era stata e quella che, forse, avrebbe potuto ancora essere. L’idea di un confine non era più un ostacolo, ma un invito. Un respiro profondo le gonfiò i polmoni. Era un dolore, ma anche una promessa.
Prese un carboncino dalla tasca, l’unico strumento che aveva osato portare con sé, e tracciò una linea sulla panchina. Non era solo un tratto. Era il suo coraggio.
E mentre il sole si levava, un pensiero chiaro e forte le balenò nella mente, riempiendo quel vuoto che si portava dentro.
Il sole, ora una moneta d’oro sospesa sull’acqua, le scaldò il viso. Sofia strinse il carboncino tra le dita, il tratto sulla panchina sembrava vibrare di un’energia silenziosa. Il grigio che l’aveva perseguitata non era più un colore di resa, ma la base, la prima pennellata su una tela ancora vuota.
Il pensiero che le era balenato nella mente, nitido come il profilo delle montagne all’orizzonte, era la risposta che cercava da mesi. Non un consiglio esterno, ma una consapevolezza nata da sé stessa, da quell’istante di pura verità.
Ogni alba porta con sé un confine nuovo, pensò, e le parole si incisero nella sua mente con la stessa forza di un pigmento puro. Tra ciò che eravamo e ciò che possiamo diventare.
Non era un addio a ciò che era stata, ma un riconoscimento. La pittrice che aveva perso la sua arte non era andata perduta, si era solo messa in pausa. L’unica cosa che contava, ora, era la direzione in avanti.
Basta solo avere il coraggio di attraversarlo.
Si alzò dalla panchina, non con la pesantezza di chi si trascina, ma con la leggerezza di chi si sente finalmente libero. Tornò a casa, i passi più decisi, il carboncino ancora stretto nella mano. La porta dello studio, che aveva evitato per tanto tempo, ora la chiamava, non con un rimprovero, ma con una promessa.
Entrò. La luce del mattino filtrava dalle finestre, illuminando i colori spenti, le tele vuote e il cavalletto chiuso. Non lo aprì subito. Prese un grande foglio di carta, lo fissò al muro e, con quel carboncino, tracciò una linea orizzontale. Era imperfetta, tremolante, ma era lì. Era un confine, un punto di partenza.
Per la prima volta dopo tanto tempo, Sofia sorrise. Non aveva ritrovato ancora i suoi colori, ma aveva ritrovato il primo e più importante di tutti: il coraggio di ricominciare. E sapeva che da quella linea, da quel nuovo confine, sarebbe germogliato tutto il resto.
Corrado Borgh
3 agosto 2025
Racconto di Corrado Borgh @Diritti Riservati









