Il filo dei giorni

A volte il coraggio è scegliere gli altri

A volte il coraggio è scegliere gli altri

Il 23 settembre 1943, a Torre di Palidoro, vicino Roma, il vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto venne fucilato dai militari tedeschi. Aveva ventitré anni. Il giorno precedente, dopo l’esplosione accidentale di una cassa di munizioni che aveva provocato la morte di due soldati tedeschi, erano stati rastrellati alcuni abitanti della zona. D’Acquisto cercò di spiegare che non si era trattato di un attentato, ma quando comprese che i civili rischiavano di essere uccisi, si assunse la responsabilità dell’accaduto. Il suo gesto salvò la vita a ventidue ostaggi.

Ci sono storie che appartengono alla Storia e altre che, pur appartenendole, riescono a parlarci in una lingua molto più vicina. La vicenda di Salvo D’Acquisto è una di queste. Non perché sia facile da comprendere, e nemmeno perché possiamo immaginare con leggerezza cosa significhi trovarsi davanti a una scelta così estrema. Al contrario, proprio perché ci mette davanti a qualcosa che sfugge alle nostre abitudini: il momento in cui una persona decide di assumersi un peso che potrebbe lasciare sulle spalle di qualcun altro.

Non è necessario mettersi nei panni di chi visse quella giornata per capire che cosa ci interroga ancora oggi. Basta fermarsi su una domanda molto più semplice: quanto siamo disposti a fare per gli altri quando non abbiamo nessun obbligo di farlo?

La nostra vita quotidiana è piena di occasioni nelle quali possiamo scegliere se occuparci soltanto di noi stessi oppure accorgerci di ciò che accade intorno. Quasi sempre non sono decisioni spettacolari. Nessuno ci osserva, nessuno scriverà una pagina di storia, nessuno ci consegnerà una medaglia. Sono piccoli momenti nei quali possiamo decidere se voltare lo sguardo o fermarci, se lasciare che una persona affronti da sola una difficoltà o offrirle qualche minuto del nostro tempo, se difendere soltanto la nostra posizione oppure provare a comprendere quella di chi abbiamo davanti.

Forse è proprio qui che comincia il significato più quotidiano della parola responsabilità. Non soltanto nel rispettare ciò che ci viene chiesto, ma nel riconoscere ciò che possiamo fare anche quando nessuno ce lo chiede.

Viviamo spesso pensando che la nostra libertà coincida con la possibilità di scegliere per noi stessi. Ed è certamente così, almeno in parte. Ma esiste anche un’altra forma di libertà: quella di decidere che cosa fare quando le conseguenze delle nostre azioni riguardano anche qualcun altro. Possiamo scegliere di intervenire oppure di restare immobili. Possiamo parlare oppure tacere. Possiamo aiutare oppure convincerci che non sia affar nostro.

Non tutte le situazioni richiedono un gesto straordinario. Anzi, la maggior parte delle volte il coraggio non ha nulla di eroico. Ha la forma di una telefonata fatta quando sappiamo che qualcuno sta attraversando un momento difficile. Ha la forma di una persona che si ferma ad ascoltare un’altra persona senza guardare continuamente l’orologio. Può essere il gesto di chi difende qualcuno che non ha la forza di difendersi da solo, oppure di chi ammette un errore sapendo che sarebbe più comodo attribuirlo a qualcun altro.

Ci sono anche forme di coraggio ancora più silenziose. Chiedere scusa quando abbiamo ferito qualcuno. Rinunciare all’ultima parola durante una discussione. Non approfittare della debolezza di una persona. Mantenere una promessa quando nessuno potrebbe accorgersi che l’abbiamo dimenticata. Restituire qualcosa che potremmo facilmente tenere per noi. Dire la verità quando una piccola bugia ci renderebbe la vita più semplice.

Sono gesti apparentemente minimi, ma hanno qualcosa in comune: ci chiedono di uscire, anche solo per un momento, dal centro del nostro interesse.

Questo non significa dimenticare noi stessi. Altruismo non dovrebbe significare cancellazione di sé, così come aiutare gli altri non significa accettare qualsiasi cosa o rinunciare continuamente ai propri bisogni. Esistono confini che dobbiamo imparare a proteggere e situazioni nelle quali prenderci cura di noi stessi è necessario. La disponibilità verso gli altri diventa autentica proprio quando non nasce dal bisogno di essere riconosciuti, approvati o indispensabili.

Forse la vera domanda non è quindi quanto siamo capaci di sacrificarci, ma quanto siamo capaci di esserci.

Essere presenti è una cosa diversa dal voler risolvere tutto. A volte una persona non ha bisogno dei nostri consigli. Ha bisogno di non sentirsi sola. Non ha bisogno che troviamo immediatamente una soluzione. Ha bisogno di sapere che qualcuno è disposto a rimanere accanto a lei mentre cerca la propria.

Anche questo richiede una forma di coraggio, perché ci mette davanti all’impotenza. Siamo abituati a pensare che aiutare significhi fare qualcosa di concreto, trovare una risposta, sistemare una situazione. E invece ci sono momenti nei quali possiamo fare molto semplicemente restando. Restando in ascolto. Restando disponibili. Restando umani.

La storia di Salvo D’Acquisto appartiene a un tempo nel quale le scelte potevano avere conseguenze estreme e immediate. La sua vicenda non può essere trasferita superficialmente nella nostra quotidianità. Sarebbe sbagliato trasformare un sacrificio compiuto durante una guerra in una metafora da utilizzare con leggerezza. Ma possiamo lasciare che quella storia ci faccia una domanda. Possiamo osservare il gesto senza pretendere di sapere che cosa avremmo fatto noi in una situazione simile.

Perché forse non lo sappiamo.

E forse questa è una delle cose più oneste da ammettere davanti a una storia come questa. Non possiamo conoscere il nostro comportamento in circostanze che non abbiamo mai vissuto. Possiamo però scegliere, oggi, quali persone vogliamo provare a essere nelle circostanze che la vita ci presenta.

Non avremo davanti ventidue persone minacciate di morte. Probabilmente non dovremo mai compiere una scelta simile a quella di D’Acquisto. Avremo però altre occasioni. Molto meno drammatiche, ma non per questo prive di significato. Potremo scegliere se essere indifferenti o attenti. Potremo decidere se aggiungere una parola dura a una giornata già difficile oppure offrirne una diversa. Potremo accorgerci di qualcuno che tutti gli altri stanno ignorando.

La differenza, spesso, sta proprio nell’attenzione.

Chi vive guardando soltanto ciò che lo riguarda rischia di attraversare il mondo senza vedere molte delle persone che gli passano accanto. Chi invece impara a osservare può scoprire bisogni che non vengono pronunciati, solitudini nascoste dietro sorrisi normali, fatiche che nessuno racconta. Non possiamo prenderci cura di tutto e di tutti, ma possiamo almeno smettere di pensare che ciò che non ci riguarda direttamente non abbia alcun valore.

Forse la gentilezza comincia proprio da qui: dall’idea che anche ciò che non ci appartiene possa meritare la nostra attenzione.

E non è necessario essere persone eccezionali. Anzi, l’idea dell’eroe rischia talvolta di farci pensare che certi gesti siano riservati a pochi. Come se per fare la differenza servissero qualità fuori dal comune. Nella vita di ogni giorno, invece, molte delle cose che cambiano una giornata sono compiute da persone assolutamente normali.

Una parola detta nel momento giusto. Un aiuto offerto senza essere richiesto. Una presenza silenziosa. Una persona che decide di non infierire. Qualcuno che sceglie di non approfittare di una situazione favorevole. Qualcuno che, davanti alla possibilità di dire “non è un problema mio”, decide invece di fermarsi.

Non cambiano il corso della Storia, forse. Ma possono cambiare il corso di una giornata. E qualche volta una giornata cambiata può diventare qualcosa di molto più grande.

Ci sono persone che ricordiamo per quello che hanno realizzato. Altre per quello che hanno dato. Altre ancora per il modo in cui ci hanno fatto sentire quando avevamo bisogno di qualcuno. Forse il valore di una vita non si misura soltanto da ciò che una persona riesce a costruire per sé, ma anche dalle tracce che lascia negli altri.

Non parlo di fama. La fama è un’altra cosa. Una traccia può rimanere senza che il nome di chi l’ha lasciata diventi conosciuto. Può essere il ricordo di un insegnante che ha creduto in noi quando noi non ci credevamo ancora. Di un amico che è rimasto quando sarebbe stato più facile andarsene. Di uno sconosciuto che, in un momento difficile, ha fatto qualcosa di semplice e inatteso.

Forse siamo tutti debitori di piccoli gesti ricevuti lungo il cammino.

E forse possiamo restituirli senza necessariamente sapere a chi. Possiamo far viaggiare una gentilezza ricevuta molti anni prima verso qualcun altro che oggi ne ha bisogno. Possiamo trasformare ciò che qualcuno ha fatto per noi in qualcosa che facciamo per un’altra persona. In questo modo un gesto non finisce nel momento in cui viene compiuto. Continua a camminare.

È una forma silenziosa di eredità.

Il 23 settembre ci ricorda dunque una storia drammatica e dolorosa, ma possiamo scegliere di non fermarci soltanto alla morte di un giovane uomo. Possiamo guardare anche alla vita che il suo gesto cercò di proteggere. Ventidue persone tornarono alle loro famiglie perché qualcuno, in una situazione estrema, decise di assumersi su di sé una responsabilità. Le fonti dell’Arma ricordano proprio questo aspetto del sacrificio di D’Acquisto.

Da una storia così lontana possiamo ricavare una domanda vicina.

Chi possiamo proteggere, oggi, con una nostra scelta?

Forse nessuno ci chiederà mai di compiere un gesto straordinario. Ma qualcuno potrebbe aver bisogno che non ci giriamo dall’altra parte. Qualcuno potrebbe aspettare una parola. Qualcuno potrebbe aver bisogno di essere ascoltato. Qualcuno potrebbe aver bisogno semplicemente di sapere che, almeno per un momento, non è solo.

Non sempre possiamo cambiare ciò che accade. Possiamo però decidere quale parte vogliamo avere dentro ciò che accade.

E questa, forse, è una delle forme più concrete del coraggio.

Non quello che cerca di essere ammirato. Non quello che ha bisogno di raccontarsi. Non quello che si mette al centro.

Il coraggio più discreto è quello che, quando arriva il momento, riesce a guardare oltre se stesso.

Perché ci sono giorni nei quali possiamo scegliere di pensare soltanto a noi.

E ce ne sono altri nei quali una piccola parte di noi può diventare riparo per qualcun altro.

Forse è lì che comincia qualcosa che vale la pena lasciare nel mondo.

Non un gesto perfetto.

Non una vita senza errori.

Semplicemente, la scelta di esserci.

Corrado Borgh
Scritto daCorrado Borgh

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