
La chiave del racconto è “Nessuno sa di noi”, ed è proprio questa frase che apre il romanzo di Simona Sparaco, introducendo il lettore nella solitudine intima che accompagna la tragedia di Luce e Pietro. In questo romanzo non c’è lieto fine consolatorio, ma c’è tutta l’umana verità di una scelta che non dovrebbe essere lasciata al caso.
Fin dalle prime pagine, la storia di Luce e Pietro coinvolge il lettore. Loro, una coppia, hanno lottato per anni per avere un figlio. Lei è giornalista, lui lavora nel mondo degli affari: entrambi nutrono una speranza che sembra finalmente realizzarsi con l’attesa di Lorenzo. Ma, durante una delle ultime ecografie, qualcosa va storto: il feto appare “troppo corto”, le sue ossa non crescono come dovrebbero. Il sorriso della ginecologa si spegne. È l’inizio di un percorso di disperazione, di lotta, di un dramma interiore che la coppia non avrebbe mai voluto affrontare.
La diagnosi parla di displasia scheletrica, una malformazione così grave che rischia di rendere incompatibile la vita del bambino. È una condizione così severa che la legge italiana non consente più l’aborto terapeutico a quel punto della gravidanza. Luce e Pietro si trovano davanti a un bivio: lasciare che la gravidanza segua il suo corso, col rischio di far nascere un figlio destinato a soffrire intensamente, oppure intraprendere un cammino fuori dall’Italia per porre fine alla gravidanza.
La narrazione è affidata in gran parte alla voce di Luce, e da lì emerge una profondità emotiva che scuote il lettore. La donna sente dentro di sé il corpo che cambia, il legame con quella vita che pulsa, e fa fatica persino a concepire l’idea che quel figlio non potrà mai vivere come gli altri. Il conflitto con Pietro è durissimo: lui, cattolico praticante, ritiene che far nascere Lorenzo significhi soltanto accanirsi contro una morte già probabile, infliggere sofferenze inutili. Lei, che non crede nella religione, si aggrappa all’istinto materno. Le differenze morali, spirituali e psicologiche tra i due vengono messe allo scoperto, divise da un abisso che non sembra colmabile.
Sparaco non edulcora nulla. Le visite, gli esami, la burocrazia, i consulti medici, i momenti di speranza e i cedimenti, tutto viene raccontato con una lingua precisa, essenziale, che non si perde in fronzoli ma non perde nemmeno in pathos. Il lettore entra in quella nebbia dell’incertezza, sente i ticchettii del tempo medico-legale, le richieste di pareri, i viaggi verso cliniche estere per avere un’opzione altrimenti irraggiungibile. Luce e Pietro atterrano a Londra in cerca di una struttura che li accolga nella loro esigenza di scelta.
Uno degli aspetti più potenti del romanzo è che non pretende di imporre un giudizio. Non è né un pamphlet né un manifesto: è semplicemente l’esperienza di due persone che amano, che dubitano, che peccano e che sentono il peso della responsabilità. Non c’è un eroe, non c’è una vittoria: c’è il dolore, la lacerazione, la ricerca di senso. In questo senso, “Nessuno sa di noi” riguarda ogni lettore, ogni coppia: chiunque può trovarsi a dover fare l’inspiegabile. Come si regge in piedi chi deve decidere sull’indecidibile?
Con il passare delle pagine vediamo Luce tentare di reagire: si ritrae, si chiude in sé stessa, prova isteria, trova rifugio in forum, in ricordi. Pietro, invece, pare reagire in modo più razionale: prende decisioni, si stacca, avanza, ma pagherà anche lui un tributo enorme alla sofferenza. La relazione si incrina, il dialogo vacilla, i gesti quotidiani pesano come macigni. Non si torna indietro.
Il romanzo è stato accolto con forte impatto nell’ambito della letteratura contemporanea italiana. È stato finalista al Premio Strega 2013, e ha vinto il Premio Roma per la narrativa italiana. Sparaco, con questa opera, è riuscita a dialogare con un pubblico vasto, dando voce a chi spesso vive in silenzio un dolore lacerante.
Dal punto di vista stilistico, l’autrice predilige un fraseggio breve, un registro colloquiale ma intensamente poetico nei momenti di massimo strazio. Non cede mai alla retorica. Ci sono passaggi che colpiscono come pugni, interrogativi che non danno tregua. Chi legge si sente sospeso tra delicatezza e devastazione.
Il valore del libro non sta soltanto nel racconto della tragedia, ma nel mettere a fuoco la complessità delle vite che si intrecciano: i rapporti familiari, le pressioni sociali, le leggi che non tengono conto dell’eccezione, il giudizio altrui. Sparaco invita il lettore a stare in quell’ombra, senza fuggire.
A chi si rivolge questo libro? A chi ama i romanzi che lasciano il segno; a chi vuole comprendere il dolore silenzioso che molte donne e coppie portano dietro; a chi non teme di guardare l’abisso dell’esistenza. Non è una lettura leggera, ma è una lettura necessaria.
Se dovessi indicarne i punti di forza principali, direi: la sensibilità con cui l’autrice tratta un tema tabù; la coralità emotiva che non riduce mai i protagonisti a macchiette morali; la precisione del racconto medico e burocratico; l’onestà con cui non offre consolazioni facili.
Naturalmente, il libro può suscitare reazioni molto polarizzate: alcune lettrici potrebbero trovarlo troppo doloroso, altre potrebbero criticare l’assenza di un finale “speranzoso”. Ma proprio in questa sua radicalità risiede la forza: non pretende di guarire, pretende di testimoniare.
A chi volesse avvicinarsi a questa lettura, suggerisco di predisporre un tempo di riflessione, di lasciare spazio alla commozione, di non correre tra le pagine. È un viaggio che merita di essere accolto con attenzione.
CODICE: SZ04012
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