Il filo dei giorni

Imparare a guardare ciò che abbiamo davanti

Imparare a guardare ciò che abbiamo davanti

Il primo settembre arriva quasi sempre con una sensazione particolare. Non è soltanto l’inizio di un nuovo mese. È come se il calendario ci ricordasse che l’estate è ormai alle nostre spalle e che davanti a noi ci sono settimane che ancora non conosciamo. Settembre porta con sé una luce diversa, giornate che lentamente si accorciano e una città che torna a riempirsi dopo la pausa estiva. Ma porta soprattutto una domanda che spesso ci facciamo senza rendercene conto: che cosa succederà adesso?

Siamo abituati a guardare avanti. Lo facciamo quando programmiamo una vacanza, quando aspettiamo un appuntamento, quando abbiamo un progetto oppure quando attraversiamo un periodo difficile e speriamo che qualcosa cambi. Pensiamo continuamente al giorno successivo, alla settimana che verrà, ai mesi che abbiamo davanti. A volte arriviamo persino a immaginare come sarà la nostra vita tra qualche anno. È un modo naturale di vivere, perché il futuro ci incuriosisce e ci spaventa allo stesso tempo. Ma mentre cerchiamo di capire ciò che verrà, rischiamo di non accorgerci abbastanza di quello che abbiamo davanti proprio adesso.

Forse è una delle contraddizioni più comuni della nostra vita. Abbiamo paura di perdere tempo e, proprio per questo, spesso non lo viviamo davvero. Corriamo verso il prossimo appuntamento, pensiamo alla prossima cosa da fare, controlliamo l’orologio e organizziamo la giornata successiva mentre quella presente non è ancora terminata. Ci sembra di essere sempre impegnati a vivere, ma qualche volta siamo soltanto impegnati a prepararci per quello che verrà.

Il primo settembre potrebbe allora essere un piccolo invito a fermarsi.

Non necessariamente a fare grandi propositi o a stabilire nuovi obiettivi. Semplicemente a guardare.

Guardare la strada che percorriamo ogni giorno. Guardare la luce del mattino entrare dalla finestra. Notare che l’aria è leggermente diversa da qualche settimana fa. Accorgerci delle persone che incontriamo abitualmente e che spesso salutiamo senza nemmeno osservarle davvero. Ascoltare per qualche minuto i rumori della città senza avere necessariamente qualcosa nelle orecchie che li copra.

Sono gesti semplici. Forse proprio per questo li dimentichiamo.

Viviamo circondati da così tante cose che spesso smettiamo di vederle. Una strada che percorriamo ogni giorno diventa soltanto il tragitto per arrivare da qualche parte. Un albero davanti a casa diventa parte del paesaggio. Una persona che incontriamo ogni mattina diventa una presenza abituale. Un cielo particolare può passare inosservato perché siamo impegnati a rispondere a un messaggio.

Poi capita di tornare nello stesso luogo dopo molto tempo e di accorgerci che era sempre stato lì.

Ci chiediamo come abbiamo fatto a non notarlo.

Forse guardare veramente significa proprio questo: riuscire a vedere qualcosa che abbiamo davanti da molto tempo ma che, per abitudine, abbiamo smesso di osservare.

L’abitudine è utile. Ci permette di attraversare le nostre giornate senza dover prestare attenzione a ogni dettaglio. Se dovessimo concentrarci continuamente su tutto ciò che accade intorno a noi, probabilmente ci sentiremmo sopraffatti. Ma l’abitudine ha anche un’altra conseguenza. Ci fa credere che ciò che conosciamo sia sempre uguale.

Non lo è.

Una strada cambia con la luce del giorno. Una persona cambia anche se non ce ne accorgiamo. Una casa cambia insieme a chi la abita. Persino noi cambiamo mentre continuiamo a ripetere gli stessi gesti.

Forse è per questo che ogni tanto abbiamo bisogno di guardare le cose come se le vedessimo per la prima volta.

Non serve andare lontano.

Possiamo farlo mentre prendiamo un caffè, mentre aspettiamo un autobus, durante una passeggiata o mentre siamo seduti sul balcone. Possiamo osservare per qualche minuto ciò che normalmente lasciamo sullo sfondo. Potremmo scoprire che la nostra giornata contiene molte più cose di quelle che ricordiamo la sera.

Mi capita di pensare a quanto poco ricordiamo delle giornate normali. Se qualcuno ci chiedesse che cosa abbiamo fatto martedì scorso, probabilmente avremmo qualche difficoltà a ricostruirlo. Ricorderemmo forse un appuntamento, una telefonata, qualcosa che ci ha fatto arrabbiare o una notizia particolare. Ma difficilmente sapremmo raccontare la luce che c’era quella mattina, il volto della persona incontrata per strada o il rumore sentito dalla finestra.

Eppure anche quelle cose appartengono alla nostra vita.

Non tutto ciò che viviamo deve diventare un ricordo importante. Non tutte le giornate devono essere speciali. Ma forse dovremmo concederci la possibilità di esserci un po’ di più mentre le attraversiamo.

Il presente non ha bisogno di essere straordinario per avere valore.

Questa è una cosa che spesso dimentichiamo. Pensiamo che per ricordare una giornata debba essere successo qualcosa. Una partenza, un viaggio, una festa, un incontro particolare, una notizia importante. Ma quando guardiamo indietro alla nostra vita, scopriamo spesso che ricordiamo anche momenti che al tempo consideravamo assolutamente normali.

Una cena in famiglia. Una passeggiata fatta senza una meta precisa. Un pomeriggio passato a parlare con qualcuno. Una sera nella quale non è successo nulla e che, per qualche motivo, ci è rimasta dentro.

Forse il valore di quei momenti non stava in ciò che è accaduto, ma nel modo in cui li abbiamo vissuti.

Settembre ci invita spesso a tornare alla velocità. Dopo le giornate estive, molte persone riprendono il lavoro, gli appuntamenti e gli impegni abituali. Le città si riempiono nuovamente e la sensazione di avere tempo a disposizione lascia lentamente spazio alla necessità di organizzare ogni cosa.

È comprensibile.

Abbiamo responsabilità, scadenze e persone che hanno bisogno di noi. Non possiamo vivere continuamente senza orari. Ma forse possiamo imparare a lasciare qualche spazio vuoto.

Uno spazio nel quale non dobbiamo produrre niente.

Uno spazio nel quale possiamo semplicemente guardare.

Mi piace pensare che esista una differenza tra guardare e vedere. Guardare richiede una certa attenzione. Vedere può accadere anche senza che ce ne rendiamo conto. Passiamo davanti a qualcosa, la registriamo con gli occhi e continuiamo per la nostra strada. Quando guardiamo davvero, invece, ci fermiamo almeno un momento.

È una piccola differenza, ma può cambiare il modo in cui viviamo.

Guardare una persona significa accorgersi del suo volto, del tono della sua voce, di ciò che forse sta cercando di dirci anche senza parlare. Guardare un luogo significa riconoscere i dettagli che lo rendono unico. Guardare una giornata significa non considerarla soltanto come qualcosa da portare a termine.

Forse dovremmo farlo più spesso.

Soprattutto con le persone.

Siamo abituati a dare per scontata la presenza di chi ci è vicino. Pensiamo che ci sarà sempre tempo per parlare, per telefonare, per incontrarsi. Rimandiamo una visita, una conversazione, una domanda. Non lo facciamo per cattiveria. Semplicemente ci comportiamo come se il tempo fosse una risorsa inesauribile.

Poi un giorno scopriamo che una persona è cambiata, che si è trasferita, che non sta bene o che la vita ha preso una direzione diversa.

E ci rendiamo conto di quante volte abbiamo pensato: lo farò più avanti.

Forse guardare ciò che abbiamo davanti significa anche questo. Accorgerci delle persone che abbiamo nella nostra vita prima che diventino ricordi.

Non possiamo sapere quanto dureranno le cose.

Questa consapevolezza potrebbe sembrare triste, ma non deve esserlo necessariamente. Può diventare un modo per vivere con maggiore attenzione. Sapere che un momento non tornerà nello stesso modo può renderlo più prezioso, non meno.

Anche settembre, in fondo, è un mese che ci ricorda il passare del tempo. Le giornate continueranno ad accorciarsi e la luce cambierà lentamente. Il sole sorgerà un po’ più tardi e tramonterà un po’ prima. Non è qualcosa che possiamo fermare. Possiamo però accorgercene.

Possiamo uscire una sera e guardare il cielo.

Possiamo notare che l’aria è diversa.

Possiamo accorgerci che l’estate non è finita in un unico momento, ma sta semplicemente cambiando forma.

È così che funziona gran parte della nostra vita.

Le cose raramente cambiano tutte insieme. Una persona non diventa diversa in un giorno. Un rapporto non finisce necessariamente in una sola conversazione. Una scelta non nasce sempre all’improvviso. Spesso tutto accade lentamente, attraverso piccoli segnali che impariamo a riconoscere soltanto dopo.

Per questo è importante imparare a osservare.

Non per cercare continuamente qualcosa che non va, ma per comprendere meglio ciò che ci accade.

Ci sono momenti nei quali sentiamo che qualcosa dentro di noi sta cambiando, ma non sappiamo ancora cosa sia. Possiamo avere la sensazione di essere stanchi di una situazione, di desiderare qualcosa di diverso o semplicemente di non riconoscerci più completamente in alcune abitudini. Non dobbiamo necessariamente avere subito una risposta.

Possiamo aspettare.

Anche l’attesa fa parte del vivere.

Siamo diventati poco abituati ad aspettare. Vogliamo sapere subito, decidere subito, risolvere subito. Anche quando si tratta di noi stessi, pretendiamo spesso di avere una risposta immediata. Ma alcune risposte arrivano soltanto dopo che abbiamo avuto il tempo di vivere abbastanza da poterle comprendere.

Forse settembre potrebbe insegnarci proprio questo.

Non avere fretta di riempire tutto.

Lasciare che alcune domande rimangano aperte. Lasciare che qualche giornata scorra senza un programma particolare. Permetterci di cambiare idea. Accettare che non tutto quello che iniziamo debba necessariamente arrivare fino alla fine.

E soprattutto imparare a stare dentro quello che abbiamo.

Il primo settembre non è una promessa.

Non garantisce che i prossimi mesi saranno migliori. Non ci assicura che i problemi che abbiamo lasciato ad agosto scompariranno. Non ci trasforma in persone nuove e non ci offre automaticamente le risposte che stiamo cercando.

È semplicemente un altro giorno.

Ma forse proprio per questo può avere un significato.

Perché ogni giorno, anche quello apparentemente più normale, ci offre la possibilità di guardare un po’ meglio ciò che abbiamo davanti. Non possiamo sapere che cosa accadrà domani, ma possiamo essere presenti oggi. Possiamo ascoltare una persona senza controllare continuamente il telefono. Possiamo fare una passeggiata senza pensare soltanto alla destinazione. Possiamo sederci per qualche minuto e osservare il cielo.

Possiamo esserci.

È una parola semplice, ma forse contiene molto più di quanto immaginiamo.

Essere presenti significa non vivere continuamente qualche minuto più avanti. Significa smettere, almeno ogni tanto, di anticipare ciò che deve ancora accadere. Significa lasciare che una giornata sia quella che è, senza confrontarla continuamente con quella precedente o con quella che vorremmo avere.

Non è facile.

Abbiamo imparato a vivere con una parte della mente sempre proiettata nel futuro. Pensiamo alla prossima settimana mentre siamo ancora dentro questa. Organizziamo il prossimo viaggio mentre siamo appena tornati. Pensiamo alle vacanze mentre lavoriamo e al lavoro mentre siamo in vacanza.

Forse siamo diventati bravissimi a essere ovunque tranne che nel posto in cui ci troviamo.

E allora il primo settembre può essere un piccolo esercizio di presenza.

Non serve fare qualcosa di speciale. Basta scegliere, almeno per qualche minuto, di non avere fretta.

Guardare.

Ascoltare.

Respirare.

Accorgersi.

Forse ci sorprenderemo nello scoprire che la vita non è soltanto quella che aspettiamo. È anche quella che abbiamo già davanti.

Mentre scrivo queste parole, settembre è appena cominciato. Il mese è ancora quasi completamente vuoto. Ci sono davanti giorni che non conosco, incontri che non posso prevedere, telefonate che ancora non ho ricevuto e momenti dei quali non so nulla.

Ed è forse questa la parte più bella.

Non sapere.

Perché se conoscessimo già tutto quello che ci aspetta, il futuro avrebbe molto meno da raccontarci.

Possiamo allora smettere per un momento di chiedere a settembre che cosa ci porterà.

Possiamo semplicemente attraversarlo.

Un giorno alla volta.

Guardando un po’ meglio ciò che abbiamo davanti.

E magari scoprendo che, proprio mentre cercavamo qualcosa di nuovo, avevamo già davanti agli occhi qualcosa che meritava soltanto di essere guardato.

Corrado Borgh
Scritto daCorrado Borgh

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