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Il ricordo nascosto nel colore

Il ricordo nascosto nel colore

Il mondo, per me, era sempre stato un sipario di tonalità conosciute. Gialli che sapevano di sole, blu che parlavano del mare, verdi di foglie e prati. Ma un mattino, un verde inaspettato si fece strada. Non era il verde della natura o quello di un semaforo; era un verde denso, quasi vellutato, con un sentore di muschio antico e di luce filtrata. Lo vidi in una piccola crepa nel muro della mia cucina, e subito, un brivido mi percorse la schiena, non di freddo, ma di un’eco lontana. Era come se una corda invisibile vibrasse dentro di me, accordandosi a quel colore.

Da quel giorno, quel verde divenne un richiamo. Lo trovavo ovunque, ma mai in modo casuale. Era nel riflesso di una pozzanghera dopo la pioggia, nella patina di un vecchio libro in una libreria polverosa, nella sfumatura appena percepibile di una conchiglia portata dal mare. Ogni volta, un frammento si sbloccava: non un ricordo nitido, ma una sensazione – la carezza di un tessuto sconosciuto, il profumo di terra umida, il suono di un riso cristallino che svaniva subito. Non sapevo cosa cercassi, ma sentivo che quel colore era una traccia, un sentiero dipinto che solo io potevo seguire.

Ho iniziato a vagare senza meta, lasciandomi guidare da quella tinta muschiosa. Ho attraversato vicoli che non avevo mai notato, mi sono fermato davanti a finestre antiche, ho persino seguito un gatto randagio che aveva un occhio di quel colore esatto. La città attorno a me sembrava trasformarsi, da grigia e familiare a un intrico di indizi e meraviglie. La notte non faceva più paura; le luci dei lampioni si coloravano di quel verde, pulsando piano, come fari che mi indicavano la direzione.

Un pomeriggio, mentre il cielo si tingeva di viola, mi ritrovai in un vecchio giardino abbandonato, nascosto tra due palazzi moderni. Al centro, un pozzo. Non di pietra, ma come intagliato in un gigantesco smeraldo grezzo. Le sue pareti interne irradiavano quel verde profondo, e l’acqua sul fondo, sebbene scura, rifletteva una scintilla inconfondibile. Mi avvicinai, il cuore che batteva forte. Sentivo di essere arrivato.

Mi sporsi. Nell’acqua non c’era il mio riflesso, ma quello di un bambino. Era intento a disegnare sul terreno con un pezzetto di gesso verde. Non un disegno qualsiasi, ma un albero immenso, le cui fronde sembravano raggiungere il cielo. E mentre lo osservavo, una risata cristallina echeggiò dal pozzo – la stessa che avevo sentito in quei brevi frammenti.

E allora capii. Non era un ricordo perduto, ma un talento dimenticato. La passione per il disegno, per la creazione di mondi attraverso i colori, che avevo soffocato da adulto, credendo non fosse importante. Quel bambino ero io, e quel verde era il colore della mia immaginazione più libera, della mia creatività più pura. Aveva dormito a lungo, in attesa di essere risvegliato.

Mi allontanai dal pozzo. La città non era più un labirinto di indizi, ma una tela di possibilità. Il verde era ancora lì, ma non mi chiamava più con la nostalgia del segreto, bensì con la promessa di un nuovo inizio.

Stringo i miei pugni.

E sorrido.

Il giardino svanisce, dissolvendosi come un sogno all’alba.

E nel silenzio prima del risveglio, una voce lieve mi sussurra: “Il colore c’è. Anche se a volte aspetta.”

Corrado Borgh

30 luglio 2025

Racconto di Corrado Borgh @Diritti Riservati

Corrado Borgh
Scritto daCorrado Borgh

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