
«Conosco la notte, ma amo il mattino. / La paura rimane… ma scelgo il cammino.» (da Paura di ricadere)
Un manifesto di vulnerabilità e infinito
“Dove l’amore non ha confini” è la nuova silloge poetica di Romina Ludovico, pubblicata dall’Associazione Culturale Euterpe. Come suggerisce magnificamente il titolo, l’opera si configura come un manifesto dell’amore inteso nella sua accezione più pura: una forza universale, libera, capace di superare le distanze fisiche, le barriere emotive e i traumi della vita.
Non si tratta di una semplice raccolta di versi lirici, ma di una vera e propria urgenza biografica che si traduce in arte, guidando il lettore in una “quinta dimensione” dove lo spazio e il tempo si annullano per fare posto al sentimento. Romina Ludovico non si nasconde dietro metafore oscure: espone il proprio vissuto – fatto di cadute, assenze, rinascite e passioni travolgenti – offrendolo come uno specchio universale per il lettore.
La cifra stilistica: La parola come diamante
Nella prefazione firmata da Attilio Carducci, la poetica della Ludovico viene paragonata a un diamante: un’identità artistica impossibile da scalfire nella sua autenticità, ma incredibilmente fragile di fronte ai colpi della vita. Lo stile dell’autrice non cede mai all’erudizione fine a se stessa o all’artificio retorico; la sua forza risiede nella ricerca ponderata della “parola giusta nel punto giusto” (come sottolineato nella premessa di Stefano Vignaroli), capace di mantenere un ritmo e una musicalità ed emozionante.
I testi scorrono fluidi e immediati, alternando componimenti di stampo classicamente romantico e bucolico a confessioni più intime e prosastiche che catturano i chiaroscuri dell’anima. C’è un uso costante del lessico del corpo (gola, mani, occhi, respiro, sangue, crepe): per l’autrice l’astrazione non esiste; il sentimento deve incarnarsi per essere compreso.
I nuclei tematici e delle poesie
1. La drammaturgia dell’assenza e il dolore materno
Uno dei nuclei più struggenti e potenti della raccolta è il dialogo a distanza con le figlie lontane, Giovanna e Rachel. Il dolore per la loro sussistenza non è vissuto come un’astrazione romantica, ma come un’esperienza profondamente fisica e sensoriale.
- L’ossimoro del silenzio urlato (Cuori a pezzi): L’autrice scrive: «in questo silenzio / che urla i vostri nomi». Il silenzio non è vuoto, è saturo di presenza. Diventa una forza opprimente che si scontra con il ricordo delle risate passate, descritte come una «trama dolce / che apre il passato / e mi lascia sanguinare di nostalgia». L’uso del verbo sanguinare richiama la metafora di Carducci: il corpo della poetessa sanguina parole sotto i colpi della vita.
- La febbre dell’assenza (A Giovi e Rachi, ogni oltre distanza): Qui la mancanza si fa corporea: «svegliarsi è un nodo in gola… / è la vostra assenza… che brucia come febbre». La distanza viene paragonata a una vera e propria malattia, ma la risoluzione poetica spezza la condanna biologica: le figlie sono definite «più vicine del sangue», rifiutando la distanza geometrica a favore di una vicinanza spirituale assoluta. Questo legame supera lo spazio, trasformando la nostalgia in una promessa di ritorno e in un abbraccio eterno (tema centrale anche in Nel silenzio del tempo).
2. La dialettica del trauma, della colpa e della rinascita
In questa sezione l’autrice affronta a viso aperto i mostri dell’ansia e del dolore passato, mostrando il coraggio di mettersi a nudo senza filtri protettivi.
- L’architettura dell’ansia (Paura di ricadere): La poesia è costruita con un ritmo spezzato che mima l’attacco di panico e l’angoscia. Il componimento vive di contrasti spaziali: il “filo sottile” su cui si cammina contro il “buio” che afferra per mano, fino a una claustrofobica reclusione dove «il mondo diventa pareti e sirene». La personificazione dell’ansia («voce che grida la mia voce») mostra lo sdoppiamento della sofferenza. Eppure, il finale è un capolavoro di resilienza: l’autrice accetta le proprie crepe e decide che la paura non scompare, ma viene sottomessa a una scelta cosciente («La paura rimane… ma scelgo il cammino»).

- La colpa involontaria (Non ero scelta): Romina Ludovico affronta il senso di colpa di una madre schiacciata dal dolore depressivo. Il contrasto drammatico è tra «Il corpo vicino, la mente lontana», l’immagine dolorosa di una «mamma spenta, involontaria trama». La poesia qui diventa terapeutica, un tentativo di spiegare che l’assenza non era un disamore: «La tristezza mi ha tolto le mani e la voce, / ma mai l’amore… quello che resta, feroce». L’aggettivo feroce abbinato all’amore ne mostra la forza primordiale e resistente. La faticosa accettazione delle proprie ferite in Vorrei essere me stessa ribadisce che proprio dalle crepe può scaturire il calore necessario a scegliere il proprio cammino.
3. L’amore salvifico e la “stanza” del quotidiano
Accanto alla sofferenza emerge la luce del sentimento ritrovato, dedicato alla figura di Christian, che rappresenta l’ancora e la controparte luminosa della raccolta. Tuttavia, l’autrice non evita di esplorare le sottili crepe comunicative della coppia.
- La luce contro la tempesta (A Christian): Il partner è definito «il mio cielo sereno dopo ogni tempesta» e «il passo sicuro nelle mie incertezze». I termini dominanti sono legati alla stabilità e alla luminosità (fuoco, luce, calore). L’amore qui ha una funzione ordinatrice rispetto al caos interiore e viene descritto (come in Domenica con te) come un “miracolo quieto”, una casa senza pareti in cui trovare rifugio.
- L’assenza nella presenza (Mi manchi anche quando ci sei): Una lucida analisi della distanza psicologica all’interno della vicinanza fisica. Versi come «Mi manchi nei tuoi silenzi pieni… nelle mani che mi sfiorano senza più tremare» intercettano il momento in cui l’abitudine spegne l’elettricità del sentimento. La sineddoche della «nebbia / che si posa sulle cose senza mai fermarsi» descrive perfettamente l’incomunicabilità. Il testo ridefinisce il concetto stesso di amore: «Perché l’amore non è presenza, / [è] sentirsi a casa in uno sguardo».
4. L’ibridazione dei generi e l’impegno sociale
- La necessità della follia (Dioniso e la necessità della follia): Questo testo spicca per il suo impianto filosofico e mitologico. Si apre su un’immagine geometrica, «Sul cerchio bianco della rotonda», che rappresenta la razionalità e le convenzioni sociali (le «catene / della ragione che pesa»). L’elemento dionisiaco rompe questo schema attraverso il riso e la vertigine: «Nella follia c’è la verità, / nella vertigine, libertà». Il tempo lineare diventa una «spirale inebriata». Questa poesia spiega l’approccio dell’autrice alla scrittura: la poesia richiede di abbandonare i calcoli offrendo un «calice di buio e luce» per poter essere davvero vivi.
- L’impegno civile (Non sono il tuo silenzio): La silloge si apre alla solidarietà con un testo dedicato alle donne vittime di violenza. Un urlo di liberazione e di sorellanza forte, ritmato, in cui l’amore distorto viene smascherato e la parola diventa lo strumento definitivo di riscatto e di fine dell’omertà.
Perché leggere questa silloge
“Dove l’amore non ha confini” è una lettura che cura, che commuove e che ricorda, citando la conclusione della prefazione, la verità suprema dell’arte: l’essere umano si libera della zavorra della materialità solo quando vive l’amore pienamente e senza calcoli.
La natura stessa partecipa a questo processo e fa da specchio all’anima: dai «raggi timidi del mattino» di Buongiorno amore alla «furiose bellezza» de La tempesta perfetta, gli agenti atmosferici seguono passo dopo passo l’umore della voce narrante. Un’opera consigliata a chiunque cerchi nella poesia non un freddo esercizio di stile, ma una vera e propria dimora per lo spirito.
Chi è Romina Ludovico: la musa che si fa parola
Romina Ludovico (classe 1981, nativa di Jesi e residente a Montemarciano insieme al compagno) è una delle voci più poliedriche del panorama culturale marchigiano. Il suo percorso artistico è un affascinante viaggio di trasformazione: muove i primi passi come ex fotomodella e musa ispiratrice, prestando la propria immagine e sensibilità a scultori, pittori e musicisti di caratura internazionale.
Ben presto, però, l’esigenza di esprimersi la porta dall’essere oggetto di ispirazione a diventarne l’autrice attiva. Attrice, poetessa e vera e propria “artista della parola”, Romina scrive versi fin dalla prima giovinezza.
La sua è una scrittura artigianale, definita splendidamente come una poesia “cucita a mano”. Nei suoi testi non c’è spazio per filtri o ipocrisie: la sua impronta stilistica si fonda su una totale e viscerale devozione alla verità emotiva, esplorata anche e soprattutto quando si fa scomoda, intima e terribilmente fragile. Con “Dove l’amore non ha confini” ci regala la mappa dettagliata di questa sua geografia dell’anima.
Il retroscena sul titolo
Durante la genesi dell’opera, di fronte alla proposta di Attilio Carducci di intitolarla in modo diverso (come “amore senza confini”), l’autrice ha risposto con assoluta fermezza: «Perché vorrei esprimere un amore libero, senza limiti, né barriere… oltre le distanze, le differenze e gli ostacoli… è così che nasce “dove l’amore non ha confini”. Sono convintissima!»









