
Il 30 settembre 1948 arrivava nelle edicole italiane il primo albo di Tex, il personaggio creato da Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini destinato a diventare una presenza familiare per diverse generazioni di lettori. Era un fumetto, una di quelle pubblicazioni che potevano finire tra le mani di un ragazzo quasi per caso, magari acquistate con le poche monete disponibili o ricevute da qualcuno che aveva già cominciato a leggerle. Nessuno, probabilmente, poteva immaginare quale lunga strada avrebbe percorso quella storia. Ma forse è proprio questo che accade con le storie che entrano nella nostra vita: arrivano senza annunciarsi e, qualche volta, finiscono per restare molto più a lungo di quanto avessimo previsto.
Pensandoci, è curioso quanto siano numerose le storie che ricordiamo non soltanto per quello che raccontavano, ma per il momento della nostra vita nel quale le abbiamo incontrate. Un libro può riportarci in una stanza della nostra infanzia, un fumetto può farci ricordare una vacanza, una fiaba può avere ancora il suono della voce di chi ce la leggeva prima di dormire. Non ricordiamo necessariamente ogni particolare della trama, i nomi di tutti i personaggi o la successione esatta degli avvenimenti. Ricordiamo però una sensazione, un luogo, una persona accanto a noi, la luce di una certa giornata. E allora comprendiamo che quella storia non appartiene più soltanto a chi l’ha scritta. È diventata anche un piccolo pezzo della nostra vita.
Le storie arrivano quando siamo pronti ad accoglierle
Da bambini non scegliamo sempre le storie che ci accompagneranno. Spesso arrivano attraverso gli adulti, attraverso un regalo, attraverso la televisione, la scuola, una biblioteca, un’edicola o semplicemente attraverso un amico che ci dice: “Questo devi leggerlo”. All’inizio magari non comprendiamo neppure perché quella storia ci piaccia. Ci affezioniamo a un personaggio, aspettiamo il seguito, impariamo alcune frasi a memoria, torniamo più volte sulle stesse pagine. Non ci interessa analizzare quello che stiamo leggendo. Ci basta entrarci dentro.
Poi cresciamo e il nostro modo di leggere cambia. Alcune storie che da ragazzi ci sembravano straordinarie, molti anni dopo ci appaiono semplici. Altre, invece, acquistano un significato completamente diverso. È come se la storia fosse rimasta ferma mentre noi abbiamo continuato a cambiare. Quando torniamo a incontrarla, non siamo più le stesse persone di allora e quindi vediamo cose che prima non potevamo vedere.
Forse è questo uno dei motivi per cui alcune letture resistono al tempo. Non perché siano rimaste identiche, ma perché hanno la capacità di cambiare insieme a noi. Una storia può essere avventura quando abbiamo quindici anni, nostalgia quando ne abbiamo cinquanta e memoria quando ne abbiamo sessanta. Le parole sono le stesse, ma il lettore è diverso. E spesso è proprio il cambiamento del lettore a dare nuova vita a ciò che legge.
Ci sono libri che abbiamo dimenticato quasi completamente e che, tuttavia, conservano dentro di noi una traccia. Ci basta ritrovare la copertina, vedere un’illustrazione, ascoltare il nome di un personaggio e qualcosa si riaccende. Non sempre sappiamo spiegare cosa. È una memoria che non ha bisogno di essere precisa per essere vera. A volte non ricordiamo la storia, ma ricordiamo chi eravamo quando quella storia faceva parte delle nostre giornate.
Alcuni personaggi diventano familiari
Ci sono personaggi che, dopo tanti anni, smettono quasi di sembrare personaggi. Entrano nella nostra memoria con la stessa naturalezza con cui vi entrano alcune persone incontrate realmente. Li abbiamo visti attraversare molte avventure, li abbiamo ritrovati in momenti diversi, abbiamo aspettato nuove storie. Sono rimasti lì mentre intorno a loro cambiavano le nostre vite.
È curioso pensare che possiamo affezionarci a qualcuno che non abbiamo mai incontrato e che non esiste al di fuori delle pagine, delle immagini o dello schermo. Eppure il sentimento che proviamo è reale. Un personaggio può rappresentare un periodo della nostra vita, ricordarci un familiare, un amico, una casa che non esiste più. Può diventare una specie di punto fermo dentro un mondo che cambia continuamente.
Forse per questo alcune persone conservano ancora vecchi fumetti, libri consumati, raccolte incomplete, album con le pagine ingiallite. Da un punto di vista pratico potrebbero sembrare oggetti senza particolare valore. Per chi li conserva, invece, raccontano qualcosa che va oltre il loro contenuto. Raccontano un tempo.
Aprire quelle pagine dopo molti anni può essere quasi come aprire una porta sulla propria memoria. Non ritroviamo soltanto la storia che avevamo letto. Ritroviamo il modo in cui eravamo seduti, il luogo in cui vivevamo, le persone che erano accanto a noi, le cose che desideravamo allora. Una vecchia lettura può restituirci una parte di noi che pensavamo di aver perso.
Non tutte le storie devono rimanere per sempre
Naturalmente non tutte le storie che incontriamo nella vita ci accompagnano fino alla fine. Alcune rimangono per un periodo e poi scompaiono. Altre ci entusiasmano per qualche anno e successivamente non ci interessano più. Anche questo fa parte del nostro rapporto con le letture, con la musica, con il cinema e con tutto ciò che, in qualche modo, contribuisce a costruire il nostro immaginario.
Non dobbiamo necessariamente conservare tutto ciò che abbiamo amato. Ci sono cose che possono aver avuto un’importanza enorme in un determinato momento e poi aver esaurito il loro compito. Non significa che siano diventate meno importanti. Significa semplicemente che appartengono a una stagione diversa della nostra vita.
A volte pensiamo al passato come a qualcosa che dovrebbe essere conservato intatto. In realtà il passato cambia ogni volta che lo ricordiamo. Anche le storie che abbiamo amato cambiano insieme al nostro ricordo. Alcune diventano più belle con il tempo, altre perdono il fascino che avevano. Alcune ci sorprendono quando le rileggiamo, altre preferiamo lasciarle esattamente dove le avevamo incontrate.
Non c’è nulla di strano in tutto questo. Crescere significa anche cambiare le storie che sentiamo nostre. Significa scoprire nuovi autori, nuovi personaggi, nuovi mondi. Significa accettare che ciò che ci rappresentava ieri potrebbe non rappresentarci più oggi.
E forse questa è una delle cose più interessanti della lettura: non ci chiede di rimanere uguali.
Quando una storia diventa un ricordo
Ci sono momenti in cui una storia smette di essere soltanto una storia e diventa un ricordo. Può accadere senza che ce ne accorgiamo. Un giorno ci rendiamo conto che non ricordiamo più soltanto ciò che abbiamo letto, ma tutto ciò che quella lettura rappresenta.
Penso a quelle persone che conservano ancora il primo libro ricevuto in regalo, oppure un vecchio fumetto acquistato durante una vacanza. Non importa se quelle pagine sono rovinate o se oggi non le leggerebbero più nello stesso modo. Quel libro è diventato un oggetto della memoria.
Lo stesso può accadere con una canzone, un film, una fotografia. Ma le storie hanno una caratteristica particolare: ci permettono di abitare per qualche tempo una vita diversa dalla nostra. Possiamo seguire qualcuno attraverso luoghi che non conosciamo, attraversare epoche lontane, assistere a scelte che non avremmo mai fatto. E mentre pensiamo di leggere la vita di qualcun altro, spesso finiamo per capire qualcosa della nostra.
Forse è per questo che continuiamo a cercare storie anche quando siamo adulti. Non abbiamo più bisogno soltanto di essere intrattenuti. Cerchiamo qualcosa che ci accompagni, che ci sorprenda, che ci faccia vedere una parte del mondo con occhi diversi. A volte cerchiamo persino qualcuno che sappia dare un nome a qualcosa che sentiamo ma che non siamo mai riusciti a esprimere.
Una buona storia non ci dice necessariamente come dobbiamo vivere. Ci mette davanti a persone, situazioni, scelte e conseguenze e ci lascia liberi di guardarle. In questo senso può diventare una forma discreta di compagnia. Non prende il nostro posto, non decide per noi, ma resta accanto mentre pensiamo.
Crescere significa anche rileggere la propria vita
Forse, alla fine, le storie che crescono insieme a noi non sono soltanto quelle che continuiamo a leggere. Sono anche quelle che ci hanno insegnato, senza volerlo, a guardare il mondo.
Una storia incontrata da bambini può aver lasciato dentro di noi una certa idea dell’amicizia. Un romanzo letto da ragazzi può averci fatto scoprire il desiderio di viaggiare. Un personaggio può averci mostrato un modo diverso di affrontare la paura. Una poesia può aver dato parole a un sentimento che ancora non sapevamo riconoscere.
Non è necessario che ricordiamo tutto. La memoria non funziona come una biblioteca ordinata. Conserva frammenti, immagini, sensazioni, voci. Alcune cose scompaiono per anni e poi tornano improvvisamente, magari perché una frase, un odore o una copertina le richiama.
È bello anche pensare che mentre noi cambiamo, le storie continuano a esistere e possono incontrare altre persone. Quello che per noi è stato un vecchio fumetto, un libro dell’adolescenza o una fiaba ascoltata da bambini può diventare la scoperta di qualcun altro. Una storia passa di mano in mano, di generazione in generazione, e ogni lettore le aggiunge qualcosa di invisibile: la propria esperienza.
Forse è proprio questa la ragione per cui alcune storie non invecchiano davvero. Invecchiano le edizioni, cambiano i disegni, cambiano le copertine, cambiano i lettori. Ma la possibilità di incontrarle rimane.
E così una storia pubblicata molti decenni fa può ancora arrivare oggi nelle mani di qualcuno che non era nemmeno nato quando è stata raccontata per la prima volta. Può diventare importante per lui per ragioni completamente diverse da quelle che aveva avuto per noi.
Quello che rimane tra le pagine
Il 30 settembre 1948, quando il primo albo di Tex arrivò nelle edicole italiane, nessuno dei ragazzi che lo comprarono poteva sapere che quel personaggio avrebbe accompagnato generazioni di lettori. Probabilmente per loro era semplicemente una nuova storia da leggere, una piccola avventura da portare a casa.
È forse questo il modo più naturale in cui entrano nella nostra vita le cose destinate a rimanere. Non arrivano con l’etichetta di “ricordo importante”. All’inizio sono soltanto giornate, libri, persone, canzoni, fotografie, fumetti. Poi il tempo passa e scopriamo che qualcosa è rimasto.
Guardando indietro, ci accorgiamo allora che la nostra vita è piena di storie che hanno camminato insieme a noi per qualche tratto. Alcune sono ancora vicine, altre sono lontanissime. Alcune abbiamo dimenticato quasi del tutto, altre basterebbe nominarle per ritrovare immediatamente un’età, una stanza, una voce.
E forse non dobbiamo chiedere alle storie di accompagnarci per sempre. È sufficiente che, nel momento in cui ne abbiamo avuto bisogno, siano state lì. Alcune ci hanno fatto compagnia, altre ci hanno fatto sognare, altre ancora ci hanno aiutato a comprendere qualcosa. Poi hanno continuato il loro viaggio dentro la memoria, lasciandoci andare avanti.
Finché, molti anni dopo, capita di ritrovare una vecchia copertina, una pagina ingiallita o un personaggio che avevamo quasi dimenticato. La guardiamo per qualche secondo e ci accorgiamo che, insieme a quella storia, è tornato anche qualcuno che credevamo di aver perso: noi stessi, in un tempo diverso.
Forse è questo il regalo più discreto delle storie: non impedirci di cambiare, ma permetterci, ogni tanto, di riconoscere da dove siamo arrivati.









