
Il 28 settembre 1928 Alexander Fleming osservò qualcosa di insolito in una delle sue colture batteriche. Una muffa era comparsa accidentalmente su una piastra contenente stafilococchi e, intorno a quella presenza inattesa, i batteri non crescevano. Quello che avrebbe potuto sembrare soltanto un inconveniente di laboratorio attirò invece la sua attenzione. Fleming decise di osservare meglio ciò che era accaduto e scoprì che quella muffa, appartenente al genere Penicillium, produceva una sostanza capace di inibire la crescita dei batteri. La chiamò penicillina.
La storia è conosciuta e forse proprio per questo rischiamo di leggerla troppo velocemente. La ricordiamo come la storia di una grande scoperta, di uno scienziato e di una muffa comparsa quasi per caso nel posto giusto. Ma prima della scoperta c’era semplicemente qualcosa che non doveva essere lì. Una piccola anomalia dentro una situazione che avrebbe potuto essere considerata un errore. La differenza, forse, non sta soltanto in ciò che accadde, ma nello sguardo di chi si trovò davanti a quell’imprevisto.
Nelle nostre giornate succede continuamente qualcosa che non avevamo previsto. Un appuntamento che salta, una telefonata che arriva quando non ce l’aspettavamo, una persona che incontriamo per caso, un progetto che prende una direzione diversa, una porta che si chiude proprio quando pensavamo di attraversarla. Spesso la prima reazione è cercare di riportare tutto alla normalità. Vorremmo eliminare l’imprevisto, sistemare ciò che si è spostato, riprendere il programma che avevamo stabilito. E non c’è nulla di strano in questo: abbiamo bisogno di una certa stabilità per sentirci sicuri. Ma qualche volta, proprio dentro ciò che interrompe i nostri programmi, può esserci qualcosa che merita di essere guardato meglio.
Non significa che ogni errore nasconda una fortuna o che ogni contrattempo debba essere trasformato in una lezione positiva. La vita non funziona in modo così ordinato. Ci sono imprevisti semplicemente spiacevoli, occasioni perdute che non tornano e situazioni dalle quali non nasce nulla di buono. Cercare a tutti i costi un significato positivo in ogni cosa può diventare persino un modo per non riconoscere la fatica di ciò che abbiamo vissuto. Eppure esiste una possibilità diversa: non considerare immediatamente inutile ciò che non avevamo previsto.
A volte abbiamo bisogno soltanto di un po’ di tempo prima di capire che cosa sta succedendo. Quando qualcosa cambia improvvisamente, raramente possediamo già le parole per descriverlo. Siamo troppo vicini all’evento, troppo coinvolti nelle sue conseguenze. Lo giudichiamo sulla base della prima impressione e spesso vorremmo sapere subito se quella novità sarà positiva o negativa. Ma alcune cose hanno bisogno di sedimentare. Soltanto dopo qualche giorno, qualche mese o persino qualche anno possiamo accorgerci che una deviazione apparentemente insignificante ha modificato il nostro percorso.
Pensiamo alle persone che sono entrate nella nostra vita senza essere state cercate. A volte arrivano attraverso un incontro casuale, una conoscenza fatta per motivi banali, una conversazione iniziata quasi per caso. Non avevamo programmato quell’incontro e probabilmente, quella mattina, non immaginavamo nemmeno che sarebbe diventato importante. Poi qualcosa cambia. Una persona comincia a occupare uno spazio nella nostra vita, ci insegna qualcosa, ci accompagna per un tratto oppure lascia una traccia che rimane anche quando le nostre strade si separano.
Lo stesso può accadere con i luoghi. Quante volte siamo arrivati in una città, in una strada o in un piccolo paese senza aspettarci nulla di particolare e abbiamo finito per portarci via un ricordo? Forse una piazza incontrata durante una passeggiata, una panchina sulla quale ci siamo fermati per qualche minuto, un bar nel quale siamo entrati per ripararci dalla pioggia. Non erano necessariamente luoghi importanti in senso assoluto. Sono diventati importanti per noi perché qualcosa, in quel momento, ha fatto sì che li guardassimo in modo diverso.
Ci sono anche giornate che iniziano male e poi prendono una piega inattesa. Usciamo di casa contrariati, perdiamo un autobus, arriviamo in ritardo, dimentichiamo qualcosa. Siamo convinti che sarà una giornata da dimenticare. Poi magari incontriamo una persona che non vedevamo da tempo, riceviamo una notizia che aspettavamo, scopriamo qualcosa che non conoscevamo. Non sempre succede, naturalmente. Ma quando succede ci accorgiamo di quanto sia fragile il nostro bisogno di prevedere tutto.
Forse uno dei nostri errori consiste proprio nel confondere il controllo con la sicurezza. Organizziamo le giornate, programmiamo appuntamenti, facciamo liste, fissiamo obiettivi, cerchiamo di anticipare i problemi. Tutto questo ci aiuta a vivere meglio, ma non può eliminare l’imprevisto. C’è sempre qualcosa che sfugge ai nostri programmi. E forse non è necessariamente un difetto della vita. È semplicemente una delle sue caratteristiche.
Abbiamo imparato a considerare l’imprevisto quasi sempre come qualcosa che ci sottrae. Ci porta via tempo, modifica i programmi, ci costringe a cambiare direzione. Ma esistono imprevisti che aggiungono qualcosa. Non possiamo sapere in anticipo quali saranno, ed è proprio questo il punto. Se conoscessimo già il loro valore, non sarebbero più davvero imprevisti. Possiamo soltanto lasciare, qualche volta, uno spazio sufficiente perché qualcosa di inatteso possa essere visto.
La storia della penicillina contiene anche un’altra lezione interessante. La scoperta di Fleming non si trasformò immediatamente nel farmaco che conosciamo oggi. Il percorso fu lungo e coinvolse altri ricercatori. Ernst Boris Chain, Howard Florey e i loro collaboratori lavorarono successivamente alla produzione e alla purificazione della penicillina, rendendone possibile un impiego molto più ampio. Nel 1945 Fleming, Chain e Florey ricevettero insieme il Nobel per la fisiologia o la medicina per la scoperta della penicillina e dei suoi effetti curativi nelle malattie infettive.
Questo particolare rende la storia ancora più interessante. Anche quando riconosciamo qualcosa di importante, non significa che tutto sia già compiuto. Una possibilità può avere bisogno di altre persone, di tempo, di lavoro, di tentativi e persino di errori prima di diventare qualcosa di concreto. Nella nostra vita accade spesso lo stesso. Un’intuizione può arrivare all’improvviso, ma trasformarla in una scelta richiede pazienza. Un incontro può essere casuale, ma costruire una relazione richiede presenza. Un’idea può nascere in un pomeriggio, ma darle una forma può richiedere anni.
Forse siamo diventati impazienti anche nei confronti delle nostre scoperte personali. Vorremmo capire subito chi siamo, cosa vogliamo, dove stiamo andando. Vorremmo che ogni esperienza producesse immediatamente un significato. Ma non sempre funziona così. Alcune risposte arrivano lentamente, dopo che abbiamo attraversato una parte della strada. Ci sono cose che comprendiamo soltanto guardandole a distanza, quando l’emozione del momento si è attenuata e possiamo finalmente osservare quello che è successo senza essere completamente dentro la situazione.
A volte persino un errore può diventare una forma di conoscenza. Non perché l’errore sia necessariamente utile, ma perché può mostrarci qualcosa che prima non vedevamo. Può dirci che una scelta non era adatta a noi, che una certa abitudine ci stava facendo male, che avevamo dato per scontata una persona, che stavamo insistendo nella direzione sbagliata. L’importante non è trasformare ogni errore in una vittoria raccontabile, ma riuscire almeno qualche volta a fermarsi e chiedersi che cosa possiamo imparare da ciò che è accaduto.
C’è una differenza sottile tra cercare continuamente occasioni e saperle riconoscere quando arrivano. La prima cosa può diventare una corsa. Cerchiamo nuove possibilità, nuovi progetti, nuove esperienze, convinti che qualcosa di importante debba necessariamente trovarsi da qualche parte davanti a noi. La seconda richiede invece attenzione. Significa essere presenti a quello che stiamo vivendo, anche quando non sembra particolarmente interessante. Perché non possiamo sapere quale dettaglio, quale incontro o quale coincidenza acquisterà significato più avanti.
Questo vale anche per le persone che ci stanno accanto da molto tempo. A volte cerchiamo continuamente qualcosa di nuovo e dimentichiamo di guardare ciò che abbiamo già vicino. Una conversazione che facciamo da anni può contenere ancora qualcosa che non avevamo ascoltato davvero. Un gesto abituale di una persona cara può rivelare un significato diverso quando cambiamo noi. Anche una relazione apparentemente immobile può attraversare trasformazioni silenziose che riconosciamo soltanto dopo.
Forse è questo che significa imparare a osservare. Non avere sempre bisogno che accada qualcosa di straordinario, ma diventare un po’ più attenti a ciò che accade. La vita quotidiana è piena di piccoli scarti rispetto a ciò che avevamo immaginato. Alcuni non significano nulla. Altri, invece, possono diventare l’inizio di qualcosa. Non possiamo sapere quali siano in anticipo. Possiamo soltanto scegliere se passare oltre distrattamente oppure fermarci un momento.
In fondo, anche le nostre giornate assomigliano un po’ a quella piastra osservata da Fleming. Abbiamo un ordine che conosciamo, una routine, delle aspettative. Poi compare qualcosa che non avevamo previsto e che sembra disturbare quell’ordine. La tentazione è eliminarlo subito per tornare alla situazione precedente. Ma forse qualche volta vale la pena osservare prima di decidere. Non per trasformare ogni inconveniente in una promessa, ma per concedere alla realtà la possibilità di sorprenderci.
Non abbiamo bisogno di vivere aspettando il caso. Non dobbiamo nemmeno trasformare ogni imprevisto in un segnale del destino. Possiamo semplicemente lasciare una piccola apertura alla possibilità che le cose non vadano esattamente come avevamo pensato. È una forma di disponibilità verso la vita, ma anche verso noi stessi. Perché quando accettiamo che non tutto sia programmabile, smettiamo anche di considerare ogni deviazione come un fallimento.
Forse alcune delle cose più importanti che ci sono accadute hanno avuto proprio questa caratteristica. Non erano previste. Non erano state cercate. Non avevamo preparato il terreno per accoglierle. Sono arrivate mentre stavamo pensando ad altro e, soltanto più tardi, ci siamo accorti che avevano cambiato qualcosa. Una persona, una parola, un libro, un viaggio, una decisione presa quasi per necessità. A volte il significato di un momento non si trova nel momento stesso, ma nella distanza che lo separa da ciò che siamo diventati.
Il 28 settembre 1928, davanti a una coltura contaminata, Fleming vide qualcosa che meritava di essere osservato. La scoperta della penicillina non fu soltanto il risultato di una casualità: fu anche il risultato di conoscenze, esperienza e capacità di riconoscere nell’anomalia qualcosa che poteva essere studiato. Ed è forse proprio qui che possiamo trovare il punto più vicino alla nostra vita.
Non possiamo decidere quali imprevisti arriveranno. Possiamo però decidere, almeno qualche volta, di non liquidarli troppo in fretta. Possiamo concederci il tempo di capire, di osservare, di aspettare prima di giudicare. Una porta che si chiude può essere soltanto una porta chiusa, oppure può costringerci a cercarne un’altra. Un incontro casuale può rimanere una semplice coincidenza, oppure diventare un ricordo importante. Un errore può restare un errore, oppure mostrarci una strada che non avevamo mai considerato.
Forse non tutte le scoperte arrivano quando smettiamo di cercarle. Ma alcune arrivano proprio mentre siamo impegnati a cercare altro. E allora la cosa importante non è vivere con la testa continuamente rivolta verso ciò che potrebbe accadere, ma imparare ad accorgerci un po’ meglio di ciò che sta già accadendo.
Perché a volte la vita non ci presenta una nuova strada con un cartello davanti. Lascia semplicemente qualcosa sul nostro cammino, qualcosa che non avevamo previsto. Sta a noi decidere se passare oltre oppure fermarci, almeno per un momento, a guardare. E può darsi che proprio lì, dentro una piccola deviazione della giornata, ci sia qualcosa che un giorno ricorderemo come l’inizio di una direzione nuova.









