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Ci sono domande che non smettono di farci pensare

Ci sono domande che non smettono di farci pensare

Il 29 settembre 1964, sulle pagine del settimanale argentino Primera Plana, comparve per la prima volta Mafalda, la bambina creata da Quino che negli anni successivi sarebbe diventata uno dei personaggi più conosciuti del fumetto internazionale. Era una bambina capace di guardare il mondo degli adulti con curiosità, ironia e una certa diffidenza, ponendo domande semplici davanti alle quali spesso gli adulti si trovavano meno preparati di quanto avrebbero voluto. (

Forse è proprio questo il motivo per cui Mafalda ha continuato a parlarci anche dopo tanti anni. Non soltanto perché faceva sorridere, e nemmeno soltanto perché attraverso le sue battute Quino osservava la società del suo tempo. C’era qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più difficile da perdere: la capacità di non considerare normale tutto ciò che ci circonda. Una bambina poteva fermarsi davanti a una situazione e chiedere perché. Un adulto, invece, spesso aveva già imparato a non farlo più.

Da bambini le domande arrivano naturalmente. Guardiamo una cosa e vogliamo sapere che cos’è, perché funziona in quel modo, perché una persona si comporta così, perché il cielo cambia colore, perché dobbiamo andare a scuola, perché gli adulti dicono una cosa e poi ne fanno un’altra. Non ci preoccupiamo troppo di sembrare ingenui. Se non comprendiamo qualcosa, lo diciamo. Se una spiegazione non ci convince, ne chiediamo un’altra. La curiosità non ha bisogno di essere giustificata.

Poi cresciamo e qualcosa cambia. Impariamo molte cose, certamente. Conosciamo le strade, le regole, le abitudini, i comportamenti degli altri. Impariamo a riconoscere le situazioni, a prevedere alcune conseguenze, a capire quando è meglio parlare e quando è preferibile tacere. Tutto questo fa parte della crescita e ci permette di vivere con maggiore consapevolezza. Ma insieme a ciò che impariamo rischiamo di perdere qualcosa che avevamo all’inizio: la disponibilità a fermarci davanti a ciò che non comprendiamo.

Cominciamo a dare per scontate moltissime cose. Una persona che conosciamo da anni ci sembra ormai completamente conosciuta. Una strada che percorriamo ogni giorno diventa soltanto il tragitto che ci porta da un luogo all’altro. Una relazione entra nelle nostre abitudini e smettiamo di domandarci come sta davvero l’altro. Persino noi stessi possiamo diventare una certezza troppo familiare. Ci raccontiamo di essere fatti in un certo modo e finiamo per non chiederci più se sia ancora vero.

Le domande, invece, hanno una caratteristica particolare: aprono. Una risposta tende a chiudere un piccolo spazio dell’incertezza, mentre una domanda può crearne uno nuovo. E non è necessariamente un problema. Siamo abituati a pensare che arrivare alle risposte significhi finalmente mettere ordine, ma nella vita non sempre funziona così. Alcune risposte importanti non fanno altro che portarci davanti a una domanda successiva.

Succede quando impariamo qualcosa che non conoscevamo. Pensiamo di avere finalmente capito e scopriamo che ciò che abbiamo appena imparato rende il mondo ancora più grande. Succede leggendo un libro, incontrando una persona, viaggiando, ascoltando una storia diversa dalla nostra. Ogni nuova conoscenza modifica un poco la nostra prospettiva e ci mostra quanto fosse limitato ciò che pensavamo di sapere.

Forse la curiosità non consiste nel voler conoscere tutto. È piuttosto il desiderio di non smettere di guardare. Una persona curiosa non è necessariamente quella che possiede più informazioni, ma quella che continua a lasciare uno spazio aperto davanti a ciò che non conosce. Può essere una qualità molto semplice, quasi invisibile, eppure può cambiare il modo in cui attraversiamo le nostre giornate.

Pensiamo a quante volte passiamo davanti alle stesse persone senza sapere quasi nulla della loro storia. Incontriamo ogni mattina qualcuno sull’autobus, al bar, nel negozio sotto casa. Conosciamo il volto, forse il saluto, magari qualche abitudine. Ma dietro quel volto c’è una vita che non vediamo. Ci sono attese, preoccupazioni, ricordi, persone amate, errori, desideri e giornate difficili di cui non sappiamo niente. Una semplice domanda, se fatta nel momento giusto e con sincera attenzione, potrebbe aprire una parte di quella storia.

Non significa trasformare ogni incontro in una conversazione profonda. La curiosità non deve diventare invadenza. Esiste una differenza importante tra voler conoscere e voler entrare nella vita degli altri senza permesso. A volte la domanda più rispettosa è proprio quella che scegliamo di non fare. Anche questo fa parte dell’ascolto: capire quando c’è uno spazio che ci viene offerto e quando invece dobbiamo semplicemente rispettare il silenzio.

Ci sono domande che facciamo agli altri e domande che dovremmo tornare a fare a noi stessi. Che cosa mi interessa ancora davvero? Che cosa sto facendo soltanto per abitudine? Quali persone sto ascoltando veramente? C’è qualcosa che ho smesso di desiderare senza essermene accorto? Sto continuando una strada perché la sento mia oppure perché l’ho iniziata tanti anni fa?

Non sono domande che hanno bisogno di una risposta immediata. Anzi, alcune potrebbero accompagnarci per molto tempo. La loro utilità non sta necessariamente nella soluzione, ma nel fatto che interrompono per qualche istante l’automatismo. Ci costringono a guardarci un po’ più attentamente, come quando attraversiamo una stanza nella quale siamo entrati mille volte e improvvisamente ci accorgiamo di un oggetto che non avevamo mai notato.

Forse è questo che accade quando una domanda autentica entra nella nostra vita: qualcosa che sembrava immobile comincia a muoversi. Non necessariamente fuori di noi. A volte cambia soltanto il modo in cui guardiamo una situazione. Una persona che consideravamo difficile può apparirci diversa quando proviamo a capire che cosa ci sia dietro un determinato comportamento. Una scelta che ci sembrava sbagliata può diventare più comprensibile quando conosciamo le circostanze che l’hanno preceduta. Una nostra convinzione può rivelarsi meno solida di quanto pensassimo.

Con il passare degli anni, inoltre, cambiano le domande che ci poniamo. Da giovani possiamo chiederci soprattutto che cosa faremo, dove andremo, chi diventeremo. Più avanti possiamo iniziare a domandarci che cosa vogliamo conservare, che cosa vale la pena lasciare andare, quali persone desideriamo avere accanto e quanto tempo vogliamo dedicare alle cose che contano davvero. Non sono domande migliori o peggiori. Sono semplicemente domande nate da una persona che nel frattempo è cambiata.

Ed è forse qui che comprendiamo quanto sia importante non smettere di interrogarci. Se non ci poniamo più domande, rischiamo di vivere secondo risposte che appartengono a un’altra versione di noi. Continuiamo a fare le stesse cose perché le abbiamo sempre fatte, a inseguire gli stessi obiettivi perché un tempo erano importanti, a frequentare gli stessi luoghi perché ci sono familiari. Ma il tempo passa anche dentro di noi, e quello che desideriamo oggi potrebbe non essere esattamente ciò che desideravamo ieri.

Non c’è nulla di sbagliato nel cambiare idea. A volte consideriamo la coerenza una qualità assoluta e ci sembra quasi una colpa riconoscere che qualcosa non ci rappresenta più. In realtà, alcune convinzioni hanno bisogno di essere riviste proprio perché abbiamo fatto nuove esperienze. Una persona che non cambia mai idea non è necessariamente più coerente. Potrebbe semplicemente non essersi mai concessa il tempo di ascoltare ciò che le è accaduto.

Le domande ci aiutano anche a restare un po’ più giovani, non nel senso dell’età, naturalmente, ma nel modo di guardare le cose. Un bambino non possiede ancora tutte le categorie con cui un adulto interpreta la realtà e per questo vede stranezze dove noi vediamo normalità. Non dobbiamo tornare bambini, né idealizzare l’infanzia. Possiamo però conservare una parte di quello sguardo: la capacità di sorprenderci davanti a ciò che conosciamo già.

Una mattina possiamo attraversare la stessa strada e notare che una finestra è stata dipinta di un colore diverso. Possiamo accorgerci che un albero, che vedevamo ogni giorno senza guardarlo, ha cambiato forma. Possiamo ascoltare una canzone che conosciamo da anni e comprendere improvvisamente una parola alla quale non avevamo mai dato importanza. Possiamo rileggere un libro e trovarci dentro un significato che la prima volta non avevamo visto. Non è cambiato necessariamente l’oggetto. Siamo cambiati noi.

È una delle cose più interessanti del tempo: non modifica soltanto ciò che accade, ma modifica anche il nostro modo di leggere ciò che è accaduto. Un ricordo può assumere un significato diverso molti anni dopo. Una persona che allora non riuscivamo a comprendere può diventare più vicina alla nostra sensibilità con il passare degli anni. Una scelta che ci sembrava un errore può essere riletta con maggiore serenità. La memoria non è una fotografia immobile. Anche lei continua a essere osservata da occhi che cambiano.

Forse per questo alcune opere riescono a attraversare le generazioni. Mafalda nacque in un contesto preciso, osservando il mondo degli anni Sessanta e le sue contraddizioni, ma molte delle domande presenti nelle strisce di Quino hanno continuato a essere riprese e reinterpretate nel tempo. La stessa fonte istituzionale argentina sottolinea come il personaggio abbia oltrepassato i confini del proprio periodo storico e continui a essere letto a distanza di decenni.

Non è necessario che un’opera ci dia risposte per rimanere con noi. A volte è sufficiente che continui a porci una domanda. È forse una delle forme più profonde della cultura: non dirci semplicemente che cosa dobbiamo pensare, ma lasciare dentro di noi qualcosa che continua a lavorare anche quando abbiamo chiuso un libro, spento uno schermo o terminato una conversazione.

Quante volte, invece, cerchiamo soltanto risposte? Viviamo circondati da spiegazioni immediate. Basta una ricerca per ottenere informazioni, una parola digitata per trovare una definizione, una domanda formulata correttamente per ricevere una risposta. È una grande comodità, ma può anche renderci impazienti. Ci abituiamo all’idea che ogni dubbio debba essere risolto rapidamente e che non sapere qualcosa sia quasi un difetto da correggere.

Eppure non sapere può essere una condizione fertile. Ci permette di ascoltare, di osservare, di cambiare idea. Ci ricorda che non siamo arrivati alla fine del nostro percorso di conoscenza. A volte una persona ci dice qualcosa e non siamo d’accordo. Possiamo reagire immediatamente oppure possiamo conservare quella frase per un po’, lasciandole il tempo di incontrare la nostra esperienza. Non significa accettarla. Significa concederci la possibilità di comprenderla prima di respingerla.

Anche nelle relazioni le domande possono cambiare molto. Una domanda sincera può essere più importante di un consiglio. “Come stai davvero?” è diversa da “Come stai?”. “Che cosa ti preoccupa?” è diversa da “Non pensarci”. “Che cosa vorresti?” può essere più utile di una lunga spiegazione su ciò che secondo noi sarebbe meglio fare. Quando domandiamo senza avere già preparato la risposta, lasciamo all’altro uno spazio nel quale può essere veramente se stesso.

Forse è proprio questo che ci insegna, indirettamente, una bambina come Mafalda. Non tanto a contestare tutto, né a diffidare di ogni risposta degli adulti, ma a non smettere di guardare il mondo con una certa attenzione. A non accettare automaticamente ciò che ci viene consegnato come inevitabile. A ricordare che una domanda semplice può mettere in movimento un pensiero che sembrava fermo.

Crescendo diventiamo più esperti, ma non dovremmo diventare completamente impermeabili alla sorpresa. Possiamo sapere molte cose e continuare a non sapere tutto. Possiamo avere convinzioni solide e lasciarle comunque attraversare dal dubbio quando incontriamo qualcosa che le mette alla prova. Possiamo avere un percorso preciso e, nello stesso tempo, riconoscere che una deviazione può mostrarci qualcosa che non avevamo considerato.

Le domande non sono tutte grandi. Anzi, spesso quelle che ci accompagnano più a lungo sono semplicissime. Perché una persona si comporta in quel modo? Perché questa cosa mi fa stare bene? Perché continuo a rimandare? Perché mi manca qualcuno? Perché alcune giornate sembrano passare senza lasciare traccia e altre rimangono dentro di noi per anni? Non sempre sappiamo rispondere. Ma forse non è necessario farlo subito.

Ci sono domande che hanno bisogno di tempo. Restano con noi per mesi, magari per anni, e cambiano insieme a noi. A volte troviamo una risposta e ci accorgiamo che non è definitiva. Altre volte comprendiamo che la domanda era più importante della risposta che stavamo cercando. È come camminare lungo una strada senza sapere esattamente dove ci condurrà, ma scoprendo che ogni passo modifica un poco il paesaggio.

Il 29 settembre 1964 una bambina disegnata su una pagina di giornale cominciò a fare domande al mondo degli adulti. Quino smise di disegnare regolarmente Mafalda nel 1973, ma il personaggio continuò a essere ristampato, tradotto e letto da generazioni diverse. Forse perché alcune domande non appartengono a un’epoca precisa. Cambiano le tecnologie, le città, le abitudini e il modo in cui comunichiamo, ma rimane il bisogno di capire chi siamo, che cosa stiamo facendo e quale mondo stiamo costruendo.

E allora forse, ogni tanto, potremmo concederci il lusso di tornare a fare una domanda senza avere già bisogno della risposta. Guardare qualcosa che conosciamo e chiederci se lo vediamo ancora nello stesso modo. Ascoltare una persona senza preparare immediatamente ciò che vogliamo dirle. Entrare in un luogo familiare con la curiosità di chi ci arriva per la prima volta. Leggere una pagina lasciando che sia lei, almeno per qualche minuto, a farci cambiare prospettiva.

Non è necessario diventare diversi da ciò che siamo. Basta forse non smettere di essere disponibili a scoprire che possiamo ancora cambiare. Perché ogni domanda autentica contiene una piccola apertura verso qualcosa che non conosciamo ancora. E quella apertura, anche quando sembra minuscola, ci ricorda che la nostra storia non è completamente scritta.

Forse crescere non significa imparare a smettere di fare domande. Significa imparare quali domande vale la pena portare con noi.

E alcune, come quelle che arrivano con semplicità dall’infanzia, continuano a seguirci per tutta la vita. Non chiedono necessariamente una risposta definitiva. Ci chiedono soltanto di non smettere di pensare.

Corrado Borgh
Scritto daCorrado Borgh

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