Il filo dei giorniPercorsi di vita

Ci sono cose che ci vengono consegnate senza fare rumore

Ci sono cose che ci vengono consegnate senza fare rumore

Il 2 ottobre, in Italia, è la Festa nazionale dei nonni. È una ricorrenza istituita nel 2005 con la legge n. 159, che ha scelto questa giornata per riconoscere il ruolo dei nonni nella famiglia e nella società. Ma al di là della data sul calendario, forse c’è qualcosa di più semplice che possiamo osservare oggi. Basta pensare a una casa, a un cassetto che non apriamo da tempo, a una fotografia rimasta tra le pagine di un libro, a una parola che abbiamo sentito tante volte quando eravamo bambini e che, senza accorgercene, abbiamo cominciato a usare anche noi.

È curioso come alcune cose arrivino nella nostra vita senza che nessuno ce le consegni davvero. Non c’è un momento preciso in cui qualcuno ci dice: “Questo adesso è tuo”. Non c’è una cerimonia, non c’è una firma, non c’è bisogno di mettere qualcosa nelle nostre mani. Eppure, con il passare degli anni, ci accorgiamo di avere ricevuto molto. Un modo di preparare il caffè, una ricetta, una frase, una prudenza, un’abitudine, una maniera particolare di salutare le persone, il rispetto per certe cose, la cura per gli oggetti, il modo di piegare una tovaglia o di conservare qualcosa che potrebbe ancora servire. Sono piccole eredità quotidiane che spesso riconosciamo soltanto quando chi ce le ha trasmesse non è più accanto a noi.

Quello che impariamo senza accorgercene

Da bambini osserviamo molto più di quanto pensiamo. Guardiamo gli adulti mentre fanno le cose senza domandarci perché le facciano in quel modo. Ci sembra normale che una persona anziana sappia come si prepara un certo piatto, conosca il nome di una strada che non abbiamo mai percorso, ricordi un avvenimento accaduto decenni prima o sappia aggiustare un oggetto che noi avremmo già considerato da buttare. Per noi quella conoscenza fa semplicemente parte del mondo. È lì, come il tavolo della cucina, la finestra, il rumore delle stoviglie, la voce che arriva dalla stanza accanto.

Poi cresciamo. Ci allontaniamo, cambiamo casa, cambiamo città, cominciamo a vivere giornate sempre più piene di impegni e persone diverse. Quello che prima ci sembrava scontato diventa improvvisamente meno presente. E qualche volta è proprio l’assenza a farci capire quanto avevamo ricevuto.

Può succedere mentre cuciniamo qualcosa che avevamo mangiato tante volte da bambini. Ci accorgiamo che manca un sapore preciso, oppure ricordiamo che quella ricetta non era mai scritta da nessuna parte. Era custodita nella memoria di qualcuno. Può succedere mentre ascoltiamo una canzone che arrivava da una vecchia radio durante un pomeriggio d’estate. Oppure quando sentiamo pronunciare una parola con un accento familiare e per un istante ci sembra di essere tornati indietro nel tempo.

È così che scopriamo che la memoria non conserva soltanto immagini. Conserva gesti, suoni, odori, espressioni, ritmi. Conserva persino il modo in cui qualcuno ci chiamava.

Forse è anche questo uno dei significati più profondi della presenza dei nonni nella vita di molte persone. Non soltanto ciò che hanno fatto per noi, ma ciò che, spesso senza volerlo, hanno lasciato dentro di noi.

Le piccole eredità che non finiscono in un cassetto

Quando pensiamo a un’eredità, immaginiamo spesso qualcosa di concreto. Una casa, un oggetto, un gioiello, un mobile, qualche fotografia. Ma le eredità più importanti non sempre occupano spazio.

Ci sono persone che ci lasciano un modo di guardare gli altri. Altre ci insegnano ad avere pazienza, magari senza averci mai parlato della pazienza. Lo fanno semplicemente aspettando, ascoltando, ripetendo con calma una cosa che noi avevamo già chiesto tre volte. Ci sono persone che ci insegnano il valore del lavoro perché le abbiamo viste alzarsi presto per tutta la vita. Altre ci trasmettono l’importanza di non buttare via il cibo, di avere cura delle cose, di salutare chi entra in una stanza, di non lasciare qualcuno solo davanti a una difficoltà.

Non tutto ciò che riceviamo deve diventare una regola. Alcune abitudini appartengono al tempo in cui sono nate e possono essere superate. Ogni generazione deve trovare il proprio modo di vivere. Ma anche quando scegliamo strade diverse, qualcosa può rimanere. Non necessariamente la stessa abitudine, ma il significato che c’era dietro.

Forse abbiamo imparato da qualcuno a conservare le cose e oggi preferiamo vivere con meno oggetti. Ma possiamo aver conservato quella stessa attenzione verso ciò che possediamo. Forse abbiamo ricevuto l’abitudine di telefonare ai parenti la domenica e oggi comunichiamo in altri modi. Ma può essere rimasto il bisogno di non perdere completamente il filo con le persone che amiamo.

Le cose che ci vengono consegnate, dunque, non devono essere necessariamente conservate identiche. Possono cambiare forma mentre attraversano le generazioni. È una delle caratteristiche più belle della memoria: non è una fotografia immobile. È qualcosa che continua a muoversi insieme a noi.

Ci accorgiamo del valore soprattutto quando cambia il tempo

Da giovani abbiamo spesso fretta di diventare adulti. Vogliamo uscire, viaggiare, scegliere da soli, costruire qualcosa che abbia il nostro nome. È naturale. Ogni generazione deve conquistarsi il proprio spazio e non può vivere soltanto guardando indietro.

Eppure, mentre andiamo avanti, cambiamo anche il modo in cui guardiamo ciò che abbiamo lasciato alle nostre spalle.

Una frase ascoltata centinaia di volte può assumere un significato diverso a quarant’anni rispetto a quando ne avevamo dieci. Un consiglio che da ragazzi ci sembrava inutile può tornarci alla mente molti anni dopo, proprio nel momento in cui ne abbiamo bisogno. Un gesto che allora ci sembrava normale può apparirci improvvisamente come una forma di attenzione che non avevamo saputo riconoscere.

È strano il rapporto che abbiamo con il tempo. Quando qualcosa è presente, spesso non riusciamo a vederne fino in fondo il valore. Ci sembra che ci sarà sempre. Pensiamo che avremo ancora occasione di chiedere, ascoltare, tornare su un discorso. Poi la vita cambia e quella possibilità non è più così semplice.

Non è necessario trasformare questo pensiero in tristezza. La memoria può anche essere una forma di gratitudine. Possiamo guardare indietro senza vivere soltanto ciò che non c’è più. Possiamo accorgerci che una parte di quelle persone continua a essere presente nelle nostre giornate proprio attraverso ciò che ci ha lasciato.

A volte basta aprire un cassetto per incontrare qualcuno che non vediamo da anni. Non perché quella persona sia davvero lì, ma perché un oggetto può riportare con sé un intero modo di stare al mondo.

Non tutto quello che riceviamo ha bisogno di essere spiegato

Ci sono insegnamenti che non sono mai stati pronunciati come insegnamenti. Nessuno ci ha detto: “Ricorda questa cosa per tutta la vita”. Nessuno ha preparato una lezione.

C’era semplicemente una persona che viveva.

Una nonna che preparava il pranzo sempre nello stesso modo. Un nonno che controllava due volte di avere chiuso la porta. Una persona che conservava le lettere dentro una scatola, che non amava sprecare nulla, che conosceva tutti i vicini, che salutava sempre per prima. Piccoli comportamenti che, osservati da bambini, sembravano appartenere soltanto a quella persona.

Poi un giorno ci scopriamo a fare la stessa cosa.

Forse mettiamo via un oggetto perché potrebbe tornare utile. Forse prepariamo un piatto seguendo un procedimento che non ricordavamo nemmeno di conoscere. Forse diciamo una frase che avevamo sentito mille volte. Forse, davanti a una situazione difficile, ci viene in mente proprio quel modo di affrontare le cose che avevamo osservato tanti anni prima.

È in questi momenti che comprendiamo che le persone non ci lasciano soltanto ricordi. Ci lasciano comportamenti.

E forse è questo uno dei modi più silenziosi con cui continuiamo a portare qualcuno nella nostra vita.

Non attraverso una fotografia appesa alla parete, ma attraverso qualcosa che facciamo senza pensarci.

Il filo tra generazioni

La legge italiana che ha istituito la Festa nazionale dei nonni parla del ruolo svolto dai nonni all’interno della famiglia e della società e prevede anche la possibilità che le scuole promuovano iniziative per approfondire il rapporto tra generazioni. È un aspetto interessante, perché il rapporto tra generazioni non riguarda soltanto ciò che gli anziani possono trasmettere ai più giovani. È uno scambio.

Ogni generazione porta qualcosa e riceve qualcosa.

I più giovani portano domande nuove, abitudini diverse, tecnologie che cambiano il modo di comunicare, nuovi linguaggi e nuovi modi di guardare il futuro. Le generazioni precedenti portano esperienze, ricordi, conoscenze pratiche, storie familiari e una memoria che altrimenti rischierebbe di perdersi.

Non significa che il passato abbia sempre ragione. E non significa nemmeno che tutto ciò che viene dal passato debba essere conservato. Significa soltanto che una vita non comincia da zero.

Quando nasciamo, entriamo in una storia che è già cominciata.

Prima di noi qualcuno ha abitato quelle stanze, percorso quelle strade, conosciuto quelle persone, attraversato momenti difficili e momenti felici. Ha fatto errori, ha cambiato idea, ha avuto paura, ha costruito qualcosa. Noi non ereditiamo soltanto un cognome o qualche fotografia. Ereditiamo anche una parte invisibile di quella storia.

Poi spetta a noi decidere cosa farne.

Ci sono assenze che continuano a parlare

La Festa dei nonni riguarda naturalmente anche chi oggi non ha più i propri nonni accanto. Una giornata dedicata a una presenza può diventare, per molti, anche un incontro con un’assenza.

Ma l’assenza non cancella necessariamente il rapporto.

A volte, anzi, lo modifica. Ci costringe a cercare la persona in luoghi diversi. Non possiamo più telefonarle, non possiamo più ascoltare la sua voce, non possiamo chiederle quella ricetta o domandarle come si faceva una cosa che non abbiamo mai imparato bene. Eppure possiamo ritrovare qualcosa.

Possiamo ritrovare un modo di dire. Una fotografia. Una storia raccontata tante volte. Un oggetto che avevamo quasi dimenticato. Una persona che, parlando, ci ricorda qualcuno.

E soprattutto possiamo ritrovare quella presenza dentro ciò che siamo diventati.

Forse è questa una delle cose che il tempo ci insegna lentamente: alcune persone smettono di accompagnarci fisicamente, ma continuano a partecipare alla nostra vita in forme che non avevamo previsto.

Non sono più sedute a tavola con noi, ma possono essere dentro un gesto che facciamo ogni giorno.

Non ci raccontano più una storia, ma quella storia continua a essere parte della nostra.

Non possiamo più chiedere un consiglio, ma qualche volta ci sorprende il pensiero che sappiamo già cosa ci avrebbero detto.

E allora capiamo che qualcosa è rimasto.

Quello che possiamo consegnare a nostra volta

La Festa dei nonni può essere anche un’occasione per spostare lo sguardo. Non soltanto verso ciò che abbiamo ricevuto, ma verso ciò che stiamo lasciando.

Perché prima o poi tutti, in qualche modo, diventiamo parte della memoria di qualcun altro.

Non serve essere nonni per lasciare qualcosa. Lo facciamo continuamente. Attraverso il modo in cui trattiamo le persone, le parole che scegliamo, il tempo che concediamo, le storie che raccontiamo, le attenzioni che abbiamo verso chi ci sta vicino.

Una persona può ricordarsi di noi per una grande cosa, ma molto più spesso ci ricorderà per una piccola cosa.

Per una telefonata arrivata nel momento giusto. Per una porta tenuta aperta. Per una frase detta molti anni prima. Per una passeggiata fatta insieme. Per una ricetta. Per una risata. Per aver ascoltato senza interrompere.

Non sappiamo quasi mai quali saranno le cose che rimarranno.

Ed è forse proprio questo a renderle preziose.

Non possiamo progettare completamente il ricordo che lasceremo negli altri. Possiamo soltanto vivere cercando di essere presenti nel modo più autentico possibile.

Quel cassetto che apriamo dopo molti anni

Forse oggi, 2 ottobre, qualcuno porterà dei fiori a una nonna. Qualcuno farà una telefonata. Qualcuno accompagnerà il nonno a pranzo. Qualcun altro guarderà una fotografia e penserà a una persona che non c’è più.

Sono tutti gesti diversi, ma hanno qualcosa in comune: ci ricordano che la nostra vita non è fatta soltanto di ciò che abbiamo scelto personalmente. È fatta anche di ciò che abbiamo ricevuto.

Ci sono cose che ci vengono consegnate senza fare rumore. Arrivano attraverso una voce, un’abitudine, un modo di apparecchiare la tavola, una storia raccontata più volte, una raccomandazione che da bambini ci sembrava inutile. Restano in disparte per anni, quasi invisibili, fino a quando un giorno qualcosa le richiama alla luce.

E allora scopriamo che erano ancora lì.

Forse la cosa più bella che possiamo fare oggi non è soltanto ricordare i nostri nonni, ma prestare attenzione a ciò che di loro, e delle persone che hanno attraversato la nostra vita, continua a vivere dentro di noi.

E magari, nello stesso momento, accorgerci che anche noi stiamo lasciando qualcosa.

Non sappiamo ancora che cosa sarà. Forse una frase, un gesto, una storia, un’abitudine. Forse qualcosa di molto piccolo che oggi ci sembra insignificante.

Un giorno qualcuno potrebbe aprire un cassetto, ritrovare un oggetto, preparare una ricetta o pronunciare una parola e pensare a noi.

Sarà allora che capiremo che alcune cose non hanno bisogno di essere consegnate con le mani.

Basta averle vissute abbastanza da permettere loro di continuare il viaggio.

Corrado Borgh
Scritto daCorrado Borgh

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