Crescita personaleIl filo dei giorni

A volte basta una breccia per vedere oltre

A volte basta una breccia per vedere oltre

Il 20 settembre 1870, a Roma, una breccia aperta nelle Mura Aureliane vicino a Porta Pia permise alle truppe del Regno d’Italia di entrare in città. L’episodio segnò la fine del potere temporale dei papi e l’annessione di Roma al Regno d’Italia, completando il processo politico dell’unificazione italiana. È un avvenimento che appartiene alla storia del nostro Paese e che ancora oggi viene ricordato come uno dei passaggi fondamentali del Risorgimento. Ma ci sono date che, oltre al fatto storico che custodiscono, possono suggerire qualcosa che appartiene alla vita di tutti. Una breccia, in fondo, è molto più di un’apertura dentro un muro. È il momento in cui una superficie che sembrava continua e invalicabile mostra improvvisamente una possibilità. Prima c’era soltanto un ostacolo. Dopo, compare un passaggio. E forse è proprio questo che accade anche dentro di noi in alcuni momenti della vita: non sempre il muro scompare, ma può comparire una piccola apertura attraverso la quale riusciamo finalmente a vedere oltre.
Ci sono periodi in cui la nostra vita sembra costruita intorno a un limite. Lo vediamo davanti a noi ogni mattina e finiamo per considerarlo parte del paesaggio. Non ci chiediamo più se sia possibile superarlo. Semplicemente impariamo a vivere da questa parte. Un’abitudine diventa una regola, una paura diventa prudenza, una delusione diventa una convinzione, una rinuncia diventa una normalità. Con il tempo possiamo arrivare a dimenticare che quel muro non è nato con noi e che, proprio per questo, non necessariamente deve accompagnarci per sempre. È curioso come ci abituiamo agli ostacoli. All’inizio li vediamo chiaramente. Ci fanno soffrire, ci fanno arrabbiare, ci costringono a cercare una soluzione. Poi, se non riusciamo a superarli, cominciamo lentamente ad adattarci. Impariamo a camminare lungo il muro invece di cercare un passaggio. Troviamo percorsi alternativi. Ci convinciamo che quella parte della nostra vita sia semplicemente così. E forse è proprio l’abitudine, più ancora dell’ostacolo, a diventare il limite più difficile da riconoscere.
Un muro può essere reale, ma può anche essere soltanto nella nostra mente. Può essere la frase che qualcuno ci ha detto molti anni fa e che abbiamo trasformato in una definizione di noi stessi. Può essere un errore che continuiamo a considerare imperdonabile. Può essere il ricordo di una porta chiusa. Può essere la paura di ricominciare dopo una delusione. Può essere la convinzione che a una certa età non sia più possibile imparare, cambiare, desiderare qualcosa di nuovo. Può essere persino il bisogno di essere sempre all’altezza delle aspettative degli altri. Alcuni muri sono costruiti con mattoni. Altri con parole. E quelli fatti di parole possono essere ancora più resistenti, perché non li vediamo. A volte ci basta una frase pronunciata da qualcuno in un momento importante per cambiare il modo in cui guardiamo noi stessi. Può essere una parola di incoraggiamento ricevuta quando non ci credevamo più, un insegnamento compreso soltanto molti anni dopo, una persona che, senza volerlo, ci ha mostrato una possibilità che non avevamo considerato. Le parole possono costruire muri, ma possono anche aprire brecce.
Non sempre la breccia arriva dall’esterno. A volte nasce dentro di noi. Arriva quando finalmente ci concediamo di mettere in discussione qualcosa che avevamo considerato definitivo, quando ci accorgiamo che una convinzione non ci appartiene più, quando smettiamo di dire “non posso” e cominciamo almeno a chiederci “come potrei?”. La domanda non garantisce una risposta, ma cambia già la posizione dalla quale guardiamo il problema. È una piccola differenza linguistica, eppure può diventare una grande differenza interiore: “non posso” chiude, “come potrei?” apre. Forse molte trasformazioni cominciano proprio così, non con una certezza, ma con una domanda diversa.
La breccia non è ancora una strada. È soltanto un’apertura. Non ci dice dove arriveremo e non garantisce che dall’altra parte troveremo ciò che speravamo. Ma ci permette di vedere qualcosa che prima non potevamo vedere. E questo, in certi momenti, è già moltissimo. Quando siamo dentro una situazione difficile abbiamo spesso bisogno di una prospettiva nuova prima ancora che di una soluzione. Vorremmo sapere come risolvere tutto, ma forse il primo passo consiste nel riuscire a immaginare che qualcosa possa essere diverso. Se non riusciamo nemmeno a concepire un’alternativa, ogni possibilità rimane invisibile. La speranza, in fondo, potrebbe essere anche questo: non la certezza che tutto andrà bene, ma la possibilità di vedere che non tutto è già deciso.
Ci sono momenti nei quali la vita sembra non lasciare spazio. Una relazione è arrivata al limite. Un lavoro non ci rappresenta più. Un progetto non è andato come speravamo. Una persona importante non fa più parte delle nostre giornate. Un periodo difficile sembra prolungarsi oltre ogni previsione. In situazioni simili possiamo avere la sensazione che davanti a noi esista soltanto un muro. Eppure la vita è piena di passaggi che, mentre li attraversiamo, non siamo in grado di riconoscere come tali. Una telefonata, un incontro casuale, un libro trovato per caso, una passeggiata fatta in un giorno qualunque, una persona che ci ascolta davvero, un pensiero che arriva mentre stiamo facendo tutt’altro, un invito che inizialmente siamo tentati di rifiutare, una frase letta su una pagina, un luogo nel quale non pensavamo di tornare. Sono piccole cose, ma alcune piccole cose arrivano proprio nel punto esatto in cui abbiamo bisogno di una breccia.
Non sempre ce ne accorgiamo subito. A volte comprendiamo il significato di un incontro soltanto molto tempo dopo. Ci sono persone che entrano nella nostra vita senza apparire importanti e che, lentamente, modificano il modo in cui guardiamo il mondo. Ci sono parole che ascoltiamo distrattamente e che anni dopo tornano alla memoria con un significato completamente diverso. Anche il tempo può trasformare una breccia. Quello che oggi sembra soltanto una ferita può diventare domani un’apertura. Non perché il dolore sia necessario o perché dobbiamo ringraziare ogni difficoltà, ma perché con il passare degli anni cambiamo noi. Impariamo, acquistiamo distanza, comprendiamo cose che nel momento in cui accadono non possiamo ancora comprendere. Non tutto ciò che ci ferisce diventa una lezione. Alcune esperienze restano semplicemente dolorose. È importante non trasformare ogni sofferenza in una morale obbligatoria. Ma è altrettanto vero che possiamo, con il tempo, scegliere che cosa fare di ciò che ci è accaduto.
Il passato non può essere riscritto. Può però essere riletto. E rileggere non significa cancellare. Significa guardare una stessa storia con gli occhi della persona che siamo diventati. Forse alcune delle cose che oggi consideriamo fallimenti un tempo erano semplicemente strade che non potevano continuare. Forse alcune porte chiuse ci hanno costretto a conoscere luoghi nei quali non saremmo mai arrivati altrimenti. Forse alcune rinunce ci hanno insegnato a distinguere ciò che desideravamo davvero da ciò che pensavamo di dover desiderare. Ma non dobbiamo trasformare ogni ostacolo in un dono. La vita non è sempre così ordinata. Ci sono ingiustizie, perdite, errori e situazioni che non hanno una spiegazione semplice. La ricerca di una breccia non significa negare la durezza del muro. Significa soltanto non concedergli automaticamente l’ultima parola. Questa forse è una delle forme più silenziose del coraggio: non dire che il muro non esiste, ma decidere che, nonostante il muro, continueremo a cercare.
A volte cerchiamo la breccia nel posto sbagliato. Pensiamo che debba essere enorme, evidente, spettacolare. Immaginiamo una grande decisione, un cambiamento radicale, una svolta capace di trasformare tutto in un solo giorno. Ma le vere brecce possono essere minuscole. Può essere il giorno in cui ricominciamo a leggere dopo mesi, il giorno in cui usciamo a camminare senza una meta precisa, il giorno in cui chiediamo aiuto, quello in cui smettiamo di fingere che una situazione ci vada bene quando non è così, quello in cui torniamo a fare qualcosa che ci dava gioia o decidiamo di imparare una cosa nuova. Niente di tutto questo sembra rivoluzionario. Eppure le rivoluzioni personali raramente fanno rumore. Cominciano spesso in una stanza, davanti a uno specchio, durante una passeggiata, mentre siamo seduti su una panchina o mentre guardiamo fuori dalla finestra. Cominciano nel momento in cui una parte di noi smette di accettare come inevitabile ciò che fino a quel momento aveva considerato inevitabile. Da quel momento il muro non è più soltanto un muro: è diventato una domanda. E quando un ostacolo diventa una domanda, qualcosa è già cambiato.
Forse abbiamo bisogno proprio di questo: imparare a fare domande ai nostri limiti. Non per negarli, ma per conoscerli meglio. Quanto è reale questo limite? Da dove arriva? Chi lo ha costruito? Quanto dipende dalle circostanze e quanto dalla mia paura? Esiste un altro modo di guardare questa situazione? C’è una piccola cosa che posso fare oggi? Non sempre troveremo una risposta, ma anche una domanda ben posta può diventare una breccia. La storia di Porta Pia appartiene a un tempo lontano e a un contesto completamente diverso dalla nostra quotidianità. Non avrebbe senso trasformare un episodio storico complesso in una semplice metafora motivazionale. Eppure l’immagine della breccia conserva una forza che supera il fatto specifico: una superficie che sembrava chiusa può aprirsi, un passaggio può comparire dove prima non c’era, una situazione può cambiare e noi possiamo accorgerci che il limite che vedevamo non era necessariamente la fine del nostro percorso.
Forse questo è il senso più umano del guardare oltre. Non significa sapere già che cosa troveremo dall’altra parte. Significa accettare di non poterlo sapere. Quando vediamo attraverso una breccia, infatti, non vediamo necessariamente una strada completa. Vediamo soltanto un frammento di ciò che esiste oltre il muro. Il resto rimane nascosto. Ed è proprio qui che torna il tema del coraggio di ieri. Ieri parlavamo della possibilità di alzarsi da terra e cambiare prospettiva. Oggi possiamo fare un passo ulteriore: una prospettiva nuova può mostrarci aperture che da terra non riuscivamo a vedere. I due gesti sono collegati. A volte dobbiamo cambiare altezza per accorgerci che esiste un passaggio.
Forse nella vita non abbiamo sempre bisogno di abbattere i muri. Alcuni muri non possiamo abbatterli. Possiamo però trovare un varco. È una differenza importante perché ci restituisce una forma di libertà realistica. Non possiamo controllare tutto ciò che accade. Non possiamo modificare le decisioni degli altri, il passato, il tempo, alcune circostanze esterne. Possiamo però cercare il punto nel quale la nostra possibilità di scelta rimane ancora aperta. Anche quando è piccolissima, anche quando non ci sembra sufficiente, anche quando abbiamo paura. Una breccia non deve essere grande per permettere alla luce di entrare.
Questa potrebbe accompagnarci per tutta la giornata: una breccia non deve essere grande per permettere alla luce di entrare. Forse ci sono momenti in cui aspettiamo una soluzione enorme quando avremmo bisogno soltanto di un piccolo segnale. Non dobbiamo sempre vedere tutta la strada. Può bastare vedere il prossimo passo. Non dobbiamo sapere come sarà il futuro. Può bastare sapere che esiste ancora qualcosa che possiamo fare nel presente. E forse è proprio questa la parte più difficile: accettare che non possiamo controllare il risultato, ma possiamo ancora prenderci cura del gesto con cui attraversiamo il presente.
Possiamo scegliere una parola invece di un’altra, ascoltare invece di reagire, chiedere invece di supporre, provare invece di rinunciare in anticipo. Possiamo restare quando sarebbe più facile fuggire, partire quando restare ci sta consumando, dire no, dire sì e, soprattutto, smettere di pensare che ogni decisione debba essere definitiva. La vita è più simile a un percorso fatto di correzioni che a una linea perfettamente tracciata. Cambiamo idea, torniamo indietro, riproviamo, scopriamo nuove direzioni. A volte ci accorgiamo di avere sbagliato strada. A volte scopriamo che quella che sembrava una deviazione era esattamente ciò di cui avevamo bisogno. Non è necessario avere sempre ragione sul futuro. È sufficiente essere disponibili a imparare.
Forse una breccia è anche questo: un punto nel quale lasciamo entrare qualcosa di nuovo senza dover immediatamente decidere che cosa diventerà. Un’idea, un incontro, una possibilità, un’emozione, un desiderio. Lasciarla entrare non significa seguirla necessariamente. Significa permetterci di guardarla. E quante cose perdiamo perché non concediamo loro nemmeno questo piccolo spazio? Ci proteggiamo così bene dalle delusioni che finiamo per proteggerci anche dalle possibilità. Costruiamo muri abbastanza alti da tenere fuori il dolore e poi ci accorgiamo che tengono fuori anche la sorpresa, la curiosità, l’entusiasmo. Non possiamo vivere senza rischiare nulla, ma possiamo imparare a scegliere quali rischi hanno un significato per noi.
Forse il coraggio non è abbattere ogni muro. È riconoscere quali muri meritano di essere attraversati e quali, invece, ci stanno proteggendo. È una distinzione che richiede ascolto. Non esiste una formula valida per tutti. Quello che per una persona rappresenta una prigione può essere per un’altra una scelta consapevole. Quello che per qualcuno è un ostacolo può essere per qualcun altro una responsabilità che desidera mantenere. Per questo guardare oltre non significa necessariamente andare oltre. A volte significa semplicemente vedere più chiaramente. E vedere più chiaramente può essere già una forma di libertà.
Il 20 settembre, con la sua memoria legata a quella breccia nelle mura di Roma, può allora diventare una piccola occasione per osservare i nostri muri personali senza giudicarli. Non per obbligarci a cambiare, ma per chiederci se li abbiamo scelti oppure se ci siamo semplicemente abituati alla loro presenza. Forse ne troveremo uno che non avevamo mai considerato. Forse scopriremo che in un altro c’è già una piccola apertura. Forse la luce che entra da quella fessura non sarà ancora sufficiente per illuminare tutto. Non importa. A volte basta vedere che dall’altra parte esiste qualcosa. Basta sapere che il muro non è l’intero mondo. Basta una piccola breccia per ricordarci che ciò che vediamo non è necessariamente tutto ciò che esiste.
E forse, alla fine, guardare oltre non significa avere il coraggio di distruggere ciò che ci separa dal futuro. Significa avere abbastanza fiducia da avvicinarsi al varco, guardare, respirare e lasciare che gli occhi si abituino lentamente alla luce che arriva dall’altra parte.

Corrado Borgh
Scritto daCorrado Borgh

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